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Quando nel 1866 Giuseppe Pitrè salvò la sua raccolta di proverbi siciliani

Fu durante la cosiddetta rivolta del “sette e mezzo” che coinvolse anche Monreale

Nel corso della cruenta rivolta palermitana detta del “Sette e mezzo” perché durò sette giorni e mezzo (e della quale il 15 settembre si è celebrato il 153° anniversario), una massa di oltre trentamila persone, delusa dalle promesse post-unitarie e soffocata dalle tasse e dalla miseria, mise a soqquadro la città. Il governo, per tutta risposta, proclamò lo stato d’assedio e inviò a Palermo 40 mila soldati.

La repressione fu esagerata, violenta e poco rispettosa delle leggi e dei diritti umani. I morti furono molte centinaia fra la popolazione e più di 200 fra i militari, migliaia gli arrestati e tanti i processi sommari conclusisi con pesantissime condanne. La città (ma anche alcuni paesi della provincia e anche in alcuni centri della provincia come Monreale, Misilmeri, Bolognetta, ecc.) fu “teatro” di numerosissimi conflitti a fuoco, di dolosi incendi e di incessanti cannonate che le navi da guerra, ancorate nel tratto di mare fra la Cala e il Foro Italico, dispensavano con cinica “generosità”. Naturalmente, le ferite inferte al patrimonio monumentale, storico ed edilizio cittadino furono notevoli. Rimasero gravemente danneggiati: il palazzo delle Aquile o Pretorio, il palazzo di Rudinì ai Quattro Canti, il monastero di San Giuliano ( nella cui area è stato edificato il Teatro Massimo), la caserma dei pompieri in via dei Crociferi , il Tribunale e Porta Maqueda. Non pochi palazzi nobiliari e centinaia di case del popolo, invece, “persero” balconi, finestre, capitelli e coperture. Non mancarono, in quei lunghi giorni, furti, atti vandalici e saccheggiamenti. Sia nei confronti di pubblici edifici che di abitazioni private. Oltre a gioielli e suppellettili venivano trafugati o distrutti mobili di pregio, opere d’arte, collezioni varie e anche libri e archivi personali e pubblici. Un duro colpo alla memoria collettiva, alla storia e alla cultura della comunità locale.

Lo studioso di tradizioni popolari, medico ed etnologo, Giuseppe Pitrè (1841-1916), uomo notoriamente mite e fuori dalla mischia, ma anche metodico e previdente fin dalla giovinezza, aiutato dal fratello Antonio, in quelle infernali giornate, fiutando in anticipo gli imminenti pericoli e a costo di rischiare la vita, mise in salvo la sua ampia ed articolata raccolta di “proverbi siciliani”. Come? Lo racconta lui stesso, con dovizia di particolari, nella non breve prefazione contenuta nel primo volume della sua raccolta di Proverbi siciliani, volume VIII Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Dopo aver premesso che per parecchi mesi del 1866 lavorò alla trascrizione e all’inventario dei proverbi fino a raggiungere “ la cifra di 8000 e poche centinaia di schede” il Pitrè aggiunse: “ Io abitavo allora in una stanza di S.Francesco di Paola, ove a ristoro della salute m’ero condotto; quando il 15 settembre 1866 la plebe di Palermo e dei dintorni….sollevavasi . Al cominciare di quel moto scomposto io riparai, com’è da credere, in casa ( località Quattro Venti, nei pressi dell’odierno Corso Scinà, n.d.r.) , abbandonando nella confusione le mie carte…ma punto dal dolore e dal rimorso dell’abbandono, e più dalle vaghe e confuse voci d’un prossimo assalto a S.Francesco di Paola, deliberai senz’altro di recuperarle.” – Probabilmente ciò avvenne nel pomeriggio di domenica 16 settembre, quando i fratelli Pitrè, dopo aver vinto le comprensibili resistenze della loro madre, giunsero in piazza Politeama dove era in corso una fitta sparatoria fra rivoltosi e forze dell’ordine.
Fu proprio in quel luogo che i soldati bloccarono i due giovani che a tutti i costi intendevano raggiungere l’alloggio di S. Francesco di Paola per “salvare in tempo il frutto di otto anni di sudori “.

Un ufficiale, intento a scansare palle di cannoni e proiettili, in un primo momento si ostinò a non assecondare l’insistente richiesta dei fratelli Pitrè di oltrepassare il posto di blocco. Convintosi che i due “incoscienti” non si sarebbero arresi, allora cedette. Scrisse Giuseppe Pitrè : “ Mi suonano ancora terribili le parole che nello avventurarci per attraversare , l’ufficiale gridò: passino; se cadono, a conto loro!”. Quindi, il giovane studioso e il fratello , strisciando , “bocconi per terra”, attraversarono la piazza e la barricata e, miracolosamente illesi, visto che si sparava senza ritegno, raggiunsero la casa-studio e misero in salvo le preziose carte. Quando, giorni dopo, la rivolta fu definitivamente repressa e si placarono le acque, il Pitrè annotò: “…cessata la sollevazione, io trovai la mia romita cameretta scassinata, saccheggiata la mia roba, stracciate o sparse le carte pel suolo, spariti i libri che m’aveano infino a quell’ora aiutato. E non fu cosa che io da quell’istante meglio guardassi e con più diligente amore custodissi delle mie schede di proverbi, né fu ora libera che a quelle non consacrassi;”. C’è da crederci , perché altrimenti la sua Raccolta non avrebbe mai visto la luce e negli scaffali, delle biblioteche pubbliche e private, l’assenza delle sue straordinarie opere avrebbe reso meno pregnante il valore della millenaria cultura siciliana.

 

Guardì
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