Aci-Giurintano

Pasta ca cucuzza longa a picchi-pacchio

 

"Testa cun parra si chiama cucuzza?" (*)

 La zucchina lunga è il frutto di una pianta altrettanto cara ai palermitani che ha un nome tenerissimo: i tenerumi, dialettalmente indicati anche come "pezze", per la grandezza e la consistenza morbida delle foglie.

 Estate, 40° all'ombra e i primi piatti preferiti dai palermitani sono la pasta con i tenerumi – ricetta già presente nella nostra rubrica -  e la pasta con la zucchina da pergola (Lagenaria longissima) che  per l'appunto è il frutto della stessa pianta.

Spiegare a chi non è palermitano cosa siano i tenerumi non è semplice, si fa prima a farglieli mangiare. Il frutto di tale pianta invece è facilmente identificabile con altri nomi dialettali e non: cucuzzedda, cucuzza luonga, zucchina da tenerumi, zucchina siciliana e serpente di Sicilia. Nomi e nomignoli che indicano la stessa deliziosa varietà di zucca estiva, assai diffusa ed apprezzata dai siciliani. Per dirla tutta, l'estate isolana sembra girare proprio intorno a questo pendolo verde che di generazione in generazione accompagna i pasti delle vacanze. Solitamente è facile individuarla anche a vista perché raggiunge, e spesso supera, il metro di lunghezza. Sinuosa e carnosa, leggermente ricoperta di una impalpabile peluria da bella mostra di sè tanto sulla pianta quanto sui banchi dei venditori.

Un ortaggio che se consumato tal quale, lessato e condito con un filo d'olio, non risulta particolarmente esaltante al gusto. Il detto “Conzala comu vò sempre cucuzza è”, (letteralmente: condiscila come vuoi, sempre di zucchina si tratta) è , infatti, molto usato in Sicilia quando ci si vuol riferire ad una persona non particolarmente dotata. Un'espressione che la dice lunga sui tiepidi favori gastronomici tributati da sempre a questo povero ortaggio della Trinacria tutte le volte che le mamme lo propinano “bollito”, in obbedienza ai decantati effetti taumaturgici sortiti da tale preparazione. Ma nella pasta a minestra, in aggiunta di pomodoro appena soffritto con aglio, piccoli pezzetti di caciocavallo stagionato e tanto...tantissimo basilico fresco, si trasforma in un capolavoro gastronomico ambito dai consumatori siciliani di ogni età.

Di minestra, infatti, si tratta anche se la versione più amata non è particolarmente brodosa.

Certo, coloro che risiedono da Villa San Giovanni in su si domanderanno come sia possibile mangiare sotto il caldo cocente dell'estate siciliana un piatto così bollente e fumante, amandolo così tanto. Per i siciliani, invece, oltre ad essere una tradizione gastronomica riservata ai veri “gourmet” è anche una sorta di terapia d'urto: più ne consumiamo, infatti, in barba alla calura estiva, più freschezza (appagamento) avvertiamo.

C'è da dire forse che lo stomaco del palermitano, avvezzo ad ingestioni di grassi e fritture di ogni sorta, è ormai geneticamente modificato: perfettamente in grado, quindi, di tesaurizzare tutte le proprietà benefiche di ogni alimento, prescindendo addirittura dalla sua “temperatura”, spesso ben al di sopra della norma. Di necessità virtù forse ma in barba alla calura estiva, oltre che la faccia vantiamo anche “cannarozza stagnate”.

Additivo "Quiller" di questo come di altri primi piatti siciliani è l'altrettanto tipico "picchio-pacchio": un condimento il cui nome sembrerebbe riconducibile al suono emesso dallo schioccare della lingua sul palato quando si è soddisfatti da un buon piatto. Potrebbe essere vera ma a questo punto potremmo chiamare "gnam gnam" la caponata, "mmmh mmmh" lo sfincione, "slurp slurp" il gelato e così via...

Sul nome di questo particolare intingolo, comunque c'è da dire che se per i palermitani "picchio-pacchio" è una salsina con pomodoro pelato, per altri siciliani la seconda parte di questo binomio ha un altro significato, del tutto differente. Per spiegarmi senza sforare in volgarità, mi ancoro al particolare elenco declamato da Benigni in Tv (Fantastico edizione 1991) mentre inseguiva Raffaella Carrà.

Occhio, quindi a decantar per altri luoghi, fuori dal contesto isolano, la bontà di tale condimento...meglio evitare gaffes!

Ancora una volta, avete fatto caso ai colori del piatto? "Qui si fa l'Italia o si muore"...Sarebbe veramente manchevole, quindi, se ciascuno di noi tralasciasse, anche solo per un attimo, le radici storiche del nostro sentimento nazionale, anche a tavola.

Pensatela come volete ma è veramente "singolare" vedere come la creatività dei siciliani, anche attraverso dei semplicissimi piatti appartenenti al quotidiano, sia riuscita ad armonizzare ingredienti diversi e sparsi nel territorio, facendo di essi un tutt'uno quasi insostituibile e, senza voler banalizzare, forse proprio la convergenza delle nostre contrapposizioni in un felice sincronismo cromatico, rappresenta le radici ed il chiaro esempio di un terra "travagliata" e complessa, ma di indiscutibile valore patriottico...

 (*) A volte però...A megghiu parola è chidda ca un si rici!

 

Ingredienti: gr 300 di spaghetti spezzettati, 1 zucchina lunga, gr 350 di pomodoro rosso a grappolo, 1 cipolla, 1 spicchio d'aglio, 1 ciuffo di basilico, gr.100 di caciocavallo stagionato e tagliato a dadini, olio extravergine di oliva, sale, pepe nero.

 Preparazione  

Pelate la zucchina, lavatela e tagliatela a dadi. Affettate la cipolla e lasciatela appassire in un tegame con 4 cucchiai di olio. Aggiungete lo spicchio d'aglio e dopo un paio di minuti i pomodori, rigorosamente spellati e tagliati in piccoli pezzi. Aggiungete il basilico e fate cuocere per quattro minuti circa. Unite la zucchina e lasciate insaporire anche questa per un paio di minuti; quindi, coprite tutto con acqua calda, salate, profumate ancora con le foglie di basilico.

Fate cuocere per circa venti minuti. Nel frattempo portate a cottura la pasta e quando sarà piuttosto al dente, scolatela e versatela nel condimento. Appena sarà cotta, spegnete la fiamma e aggiungete i pezzetti di caciocavallo, regolando di pepe . Fate risposare un paio di minuti e servite.

 

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