Taralle

" a tarallucci e vino? purchè soltanto a tavola..."

Taralli siciliani:biscotti sofficissimi a forma di ciambella aromatizzati con i semi di anice o finocchetto e ricoperti di glassa.

Da dove nasca la parola "taralla", non si sa con certezza. Per cui si sprecano le ipotesi: c'è chi dice dal latino "torrèo" (abbrustolire), e chi dal francese "tortiller" (attorcigliato). Facendo riferimento alla sua forma rotondeggiante, qualcuno pensa che taralla derivi invece dall'italico "tar" (avvolgere), o dal francese antico "danal", (pain rond, pane rotondo) o ancora dal latino "torus" cordone. La tesi più attendibile vuole peraltro che "taralla" discenda dall'etimo greco "daratos", "sorta di pane". Se non è chiaro da quale etimo nasca a taralla, si sa invece dove cresce: sotto un panno che ne favorisce la lievitazione. E soprattutto si sa quando si è diffusa, e perché.

Tanto è stato detto e scritto su Palermo, durante il periodo di magra...Palermo con le sue zone rionali ed i suoi mercati: Ballarò, Capo e Vucciria, con le sue famosissime balate; zone popolari brulicanti di una popolazione anticamente denutrita e di conseguenza famelica. Il "ventre" di Palermo pieno di gente, ma il ventre di quella gente spaventosamente vuoto.

A riempirlo, nel periodo storico susseguente l'incoronazione di Carlo di Borbone figlio di Filippo V, ci provarono e spesso ci riuscivano le taralle. Dove non c'è quasi nulla, nulla si distrugge, e tutto si crea. Così i fornai non sognavano neppure di buttare via i ritagli della pasta con cui avevano appena preparato il pane da infornare.

A questi avanzi di pasta lievitata, con il solito estro e la consueta fantasia culinaria aggiunsero un po' di "saimi" (la sugna, in italiano strutto) e dello zucchero. Con le loro abili mani ridussero quell'impasto in striscioline alle quali diedero una forma simile a quella delle piccole ciambelle, e via nel forno, insieme al pane. All'inizio dell'800 le taralle "saimi e zuccaru" si arricchirono di un altro importantissimo ingrediente, che ancora oggi è parte integrante dell'impasto: i semi d'anice.

Questo particolarissimo e morbido biscotto, ennesimo figlio della prolifica creatività palermitana, faceva del bene a tutti: al fornaio, che utilizzava la pasta di pane rimasta ed al popolo, che a pochi soldi le comprava. Per la sua caratteristica di cibo povero, la taralla andava via come il pane, da cui in fondo (e in forno) derivava. Delle taralle, esistono delle varianti salate "taralli o tarallucci" , specialità Pugliesi e Campane, che, prive di zucchero, contemplano tra gli ingredienti spezie e frutta secca ma sono tutt'altra cosa.

La taralla di casa nostra, è considerata uno sfizio da gustare, soprattutto, subito dopo averla comprata, tanto che, all'uscita dai panettieri o da qualche biscottificio, capita spesso di incrociare dinamici sgranocchiatori di taralle. Attenzione, neanche le signore piu' distinte resistono molto! Giusto il tempo di rimettersi in macchina, poggiare il saccoccino che le contiene sul sedile di fianco, allontanarsi un po' e... eccole, pronte a sbocconcellare quelle dolci morbidezze e spizzicarle delicatamente con le dita, tra un cambio di marcia e l'altro.

Il miglior momento per gustare la taralla è al mattino, appena sfornata, quando la glassa di zucchero è assai morbida e sprigiona l'aroma degli agrumi freschi, oppure "abbagnata nn'o latti".

Oltre che nell'alimentazione, le taralle trovano spazio anche nel linguaggio. Inequivocabilmente palermitano è il modo di dire: "Se t'abbiassi na sporta de taralle, unni carissi una 'nterra". Traduzione: se ti lanciassi una cesta di taralle, non ne cadrebbe alcuna al suolo. E questo per indicare che trattasi di un destinatario abbastanza robusto. Per indicare, invece, una donna matura ma ancora illibata...com'un tronu di l'aria suona la battuta "ti finiu come a taralla chi muriu senza tastalla"!

Ed in ultimo, un modo di dire, adattissimo al momento " finiu a tarallucci e vino", quando ogni cosa finisce in una bolla di sapone ed ogni discussione (anche costruttiva) si risolve n modo pacifico, non contenzioso. Ovviamente, però, puo' avere anche significato negativo, nel senso che un problema s'insabbia e non se ne fa nulla. Tipico di molti politici italiani, che litigano, se ne dicono di tutti i colori per poi giungere ad un accordo purchè conveniente a ciascuna delle parti. In queste convulse ore di trattative, durante le quali, Palermo, subisce un numero di contrattazioni politiche superiori alla Borsa di Milano, ed il barometro segna la tempesta di scenari politici mai visti, credo sia lecito sperare che si eviti a tutti i costi, l'usuale soluzione all'italiana, alla "tarallucci e vino"...concludendo tutto alla carlona...

Insomma, scusandomi con i lettori della rubrica, l'occasione mi è gradita per lanciare un'appello esortativo: no al gioco dell'oca in quanto archetipo del percorso della vita, o meglio "delle vite"...dal Ponte all'Osteria, dall'Osteria al Pozzo, dal Pozzo al Labirinto, dal Labirinto alla Prigione, dalla Prigione alla Morte...una casella che ricorda la necessità di distruggere e ricominciare da capo tutto il percorso!

 

Ingredienti per l'impasto: 500 grammi di farina 00, 150 grammi di zucchero semolato, 100 grammi di strutto, 2 uova intere, 1/2 bustina di lievito vanigliato, 5 grammi di ammoniaca per dolci, 2 cucchiai di succo di limone, la buccia grattugiata di 1 limone, 2 cucchiaini di semi di anice.

Per la glassa: 250 grammi di zucchero a velo, 2 cucchiai di latte, 4 cucchiai di succo di limone

 

Preparazione

 

Setacciare insieme la farina. il lievito e l'ammoniaca e versarli nel mixer. Aggiungere lo strutto tagliato a pezzi, lo zucchero, 2 cucchiai di succo di limone la buccia grattugiata, i semi di anice, le uova, un poco di latte (per rendere il composto più morbido), un pizzico di sale e mettere in funzione il mixer alla massima velocità fino a che gli ingredienti non risultino ben amalgamati tra loro.

Infarinare una spianatoia ed impastare a mano per qualche minuto ancora. Mettere a riposare in frigorifero per almeno mezz'ora, quindi tagliare a strisce, fare dei cordoncini abbastanza spessi e chiuderli a cerchio, schiacciando bene le giunture per saldarle. Tuffare i taralli, due o tre alla volta, nell’acqua bollente, avendo cura di non farli attaccare tra loro,  e tirarli fuori dopo una maciata di secondi.

 Fate asciugare su degli strofinacci il più possibile, da entrambi i lati. Mettere in teglie foderate con carta forno e cuocere  in forno preriscaldato per  20 minuti a 170°, stando bene attenti a non farli dorare ( devono perdere appena il pallore.

Preparare la glassa setacciando lo zucchero a velo dentro ad una terrina, aggiungendo 2 cucchiai di latte e 4 di succo di limone, e sbattendo bene il tutto con una frusta fino ad ottenere un composto bianco e lucido. Lasciare scaldare a fiamma bassissima per pochissimi minuti. Distribuire la glassa, spennellandola sui biscotti ancora caldi; aspettare che si sia del tutto rappresa e distribuite i biscotti su un piatto o un vassoio di servizio.

 

Auguri a tutte le mamme!

 

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