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Càlia e simenza

| Federica Cordone | Cucina Siciliana

 

"Chi beddu cocciu ri càlia chi m'ammattiu"

 Non esiste in Sicilia festa patronale grande o piccina, estiva o invernale, orientale od occidentale che possa fare a meno del passatempo preferito dagli isolani, perché càlia e simenza sono per certi versi l'essenza stessa del ritrovarsi insieme.

IIl termine càlia, indica con precisione assoluta e incontrovertibile solo e soltanto i piccoli ceci tostati mentre il termine simenza è per la verità un pò vago. In generale, infatti, appartengono a questa categoria diverse tipologie di semi commestibili ma tutto ciò poco importa al palermitano doc. A Palermo e dintorni, infatti, il termine si collega immediatamente ai tanto graditi semi di zucca, leggermente tostati e salati e venduti dai tipici venditori ambulanti detti siminzari.

Nella gastronomia di strada, u siminzaru, non manca mai e con la sua bancarella coloratissima e decorata con pitture dei carretti siciliani, bandierine tricolori, frange e stagnola luccicante e l'immagine di Santa Rosalia al centro, diventa una dei punti di ritrovo del palermitano e dintorni.
In vendita sui loro banchetti, ormai quasi sempre mobili, trionfa "u scacciu", un insieme di frutta secca e sementi varie cu gusciu lignusu, comu nuci, nucciddi, mènnuli, carrubbe, favi sicchi, cruzzitieddi, càlia e simenza. Vularie che, come detto, sono particolarmente apprezzate dai siciliani e che li accompagnano abitudinariamente sia durante le loro passeggiate sia nei momenti di relax, tipici del dopo pranzo e delle serate estive.

Passiannu, passiannu, e riscurennu, riscurrennu, il siciliano ammazza u tempu consumandone chilate. Niente di meglio, infatti, che conversare amabilmente tra un coccio ri simenza e na scacciata ri càlia atturrata, con buona pace di coloro che non amano i rumori gastronomici.
Dopo i pasti poi consumare scaccio sembra essere una prescrizione medica, guai a privarsene. Quando finalmente intorno alle quattro e mezza del pomeriggio il pranzo o la cena volgono al termine e le vettovaglie vengono portate via, accompagnate da un gran vociare, tintinnii di porcellane e posate e sciabordare d'acqua in lontananza, il centro tavola viene occupato da un enorme vassoio colmo del cosiddetto "scaccio", la "delicata" conclusione di ogni luculliano pasto conviviale tra amici e parenti.

E' noto a tutti quanto càlia e simenza, elementi essenziali della cultura siciliana, stimolino spesso il dibattito o la riflessione. A tal proposito, i lettori di Camilleri ricorderanno certamente, che il commissario Montalbano, per riflettere sugli intricati casi che si trova di volta in volta a dover risolvere, si concede spesso lunghe passeggiate mangiucchiando proprio càlia e simenza.

Mangiare simenza non è per niente un'impresa semplice, ma un'arte che richiede esperienza e perizia. Ogni seme, infatti, per esser consumato a dovere deve essere portato alle labbra del consumatore con pollice ed indice: le due dita tengono fermo il guscio, i denti lo serrano e lo mordicchiano dall'estremità più pronunciata. Le labbra assaporano il sale mentre gli incisivi varcano il passaggio alla fuoriuscita del gustoso seme verde e croccante.Roba da denti forti e capaci, anche se nulla rappresenta in confronto alla maestria ed accortezza che deve applicare chi si cimenta a gustar la cubbaita o la petrafennula (ricette già presenti nella nostra rubrica).

La preprazione della simenza anticamnete era assai caretteristica. I semi di zucca, infatti, venivano essiccati al naturale, Subito dopo la raccolta le zucche, aperte per la vendita al dettaglio, venivano private dei loro semi e questi distesi sopra ampie lenzuola esposti sole "no chianu da marina, ri santu Nnofriu e amagiuni (alla Magione), luoghi che a Palermo erano preposti a tali attività. Dopo diversi giorni, di continua esposizione al sole, i semi si raccoglievano. Una parte di questi, venivano cosparsi di sale grosso per la produzione del tipo "salato", la parte restante, invece, veniva riposta immediatamente dentro enormi sacchi di juta e destinata alla vendita.
Il binomio perfetto della simenza è per l'appunto la càlia da cui deriva "càliari"- abbrustolire, pratica del torrefare, ovvero dare calore alcune pietanze.

Il termine "càlia" ai palermitani offre anche qualche spunto di colore: "Gnuranti comu a calìa" è infatti l'appellativo dialettale largamente usato nei confronti di un soggetto scarsamente considerato sia dal punto di vista culturale che intellettivo, "Si un coccio ri càlia" è la frase solitamente rivolta a bambini o ragazzi discoli che ne combinano di tutti i colori, "Quannu avi la carni voli la càlia" è l'espressione usata nei confronti di coloro che dimostrano di non apprezzare e stimare ciò che hanno ed infine, rivolgendosi agli ostinati,  "Si chiù duru ra àlia n'furnata".
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· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 3 aprile – L’ingresso del sindaco Alberto Arcidiacono in Forza Italia, con tanto di comunicato stampa corredato di foto, mossa che mancava solo del crisma dell’ufficialità, segna un preciso spartiacque nella politica recente della nostra cittadina.

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