Premio Giacopelli, ecco i testi delle poesie vincitrici per la sezione in Italiano e Dialetto

Sono ''U Cantu ra Scurdanza'' di Benedetto Rossi e ''Rifugio'' di Silvio Cancemi. Domenica prossima le vincitrici delle scuole partecipanti 

MONREALE, 8 maggio – Sono stati proclamati giusto lo scorso giovedì i vincitori della prima edizione del concorso di poesia in memoria di Pino Giacopelli, manifestazione che ha visto la partecipazione attiva di 70 concorrenti, tra cittadini e alunni delle scuole del territorio. Per questa settimana ecco di seguito le poesie vincitrici rispettivamente per la sezione in lingua dialettale e in lingua italiana. 

U CANTU RA SCURDANZA – (I posto sezione dialettale) di Benedetto Rossi

Arbuli ri pruna sanacore,
ruvidi trunchi e rami ‘ntrizzati
cuntanu a storia ri l’umanu affannu.

Salibbi ri petri i vadduna e
casi ri culura baggiani
alluminanu a strata.

‘Nta me memoria arristò u ventu
ca lentu accarizza e
arruspigghia i me pinseri.

L’ummira ri l’arbuli ammuccia
a biddizza ru tempu e
i signali sapienti.

‘Nto silenziu ra campagna,
vuci luntani ru tempu ca passa,
cantu anticu ra scurdanza.

“U cantu ra scurdanza” poesia in lingua siciliana è dedicata a mio nonno materno, di cui ho preso il nome e composta attraverso i ricordi legati alla fanciullezza e alla campagna. La “campagna” così noi chiamiamo un appezzamento di terreno e una vecchia casa con il forno a legna semplice e antico, costruito con tecniche d’altri tempi. In quelle terre si piantavano e si raccoglievano tanti frutti e ortaggi di ogni genere; grano e olive per l’olio per il fabbisogno familiare. Ma i frutti per eccellenza, vero e proprio fiore all’occhiello, che si coltivavano e ancora oggi si coltivano sono le susine “sanacore e ariddu i core”. E proprio partendo da questa memoria, di questi alberi dai ruvidi tronchi che ho iniziato il componimento, come un canto della memoria, che tradotto diventa cantu ra scurdanza. Sono loro, i “ruvidi trunchi e rami ‘ntrizzati” con la loro presenza a raccontare il lavoro dell’uomo “l’umanu affannu” inteso come amore e passione per una terra generosa e amica, che ripaga con i suoi frutti, del duro lavoro dell’uomo. Ed è accarezzando questi tronchi che si crea un sublime contatto di nostalgica “presenza” di un uomo semplice e laborioso. E poi la pratica dei muretti a secco “i salibbi” con i sassi del vicino torrente, che servivano a sostenere e tenere in ordine i vari livelli del terreno. Il ricordo vivo delle case di campagna, modeste abitazioni estive, che venivano tinteggiate con colori a calce dalle tonalità pastello “baggiani”, vivaci, che illuminavano le strade. Ricordi che affiorano alla memoria sospinti dal vento, metafora di vita, che accarezza e risveglia i miei pensieri. L’ombra degli alberi è da intendere come una macchia, che nasconde, oscura e quai cancella la bellezza del tempo passato e le impronte sapienti, di quelle mani, che sapevano plasmare e ricavare il proprio sostentamento, attraverso il lavoro. È nel silenzio meditativo, guardando gli alberi, che si ha la sensazione di sentire le voci lontane, quasi sussurrate dal tempo che inesorabile scorre come un canto: u cantu ra scurdanza.

RIFUGIO – (I posto Lingua Italiana) di Silvio Cancemi

Celato è il lume morente che miri
dal gelo che al nero già si fa stretto.
Ormai s'adùna al gracile ghetto
quell'ombra triste che al sonno cospìri.
E il tuo viso germoglia di nuovi respiri:
un bocciolo d'uomo annodi al petto,
mentr'anime spoglie di divino verdetto
intonano versi d'umani disìri.
Cieca è la notte, e parca di stelle:
muti i lor occhi, di sogni impotenti
col cuore che urla da pavide celle.
Ora risuonano i tuoi passi silenti,
e furia e pietà son come sorelle
in vene che sgorgano fiumi innocenti.

Il nodo centrale, intorno al quale tutti quanti i versi del sonetto ruotano, è senz'altro il senso d'abbandono. Uno smarrimento spirituale, che solo a tratti riesce a fuoriuscire, manifestandosi lapalissianamente nei connotati fisici di chi lo sperimenta quel senso di disorientamento, di perdita di qualsivoglia certezza. ''Rifugio'' si ispira liberamente al dramma umanitario che anche in queste ore, dopo mesi dall'inizio dell'attacco militare russo, ancora si consuma su suolo ucraino. La figura di riferimento, indubbiamente, è quella del profugo, del padre di famiglia che stringe al petto il proprio figlio, facendosi scudo dal terrore che lo circonda, facendosi isolante da quelle preghiere e da quei lamenti che – col sopraggiungere della notte che tanta paura e tanta insonnia provocano nell'animo – altri profughi, altri padri e madri e fratelli tutt'intorno intonano, stretti e ammassati nel proprio rifugio. E il senso di smarrimento si consuma al sopraggiungere della notte ''cieca e parca di stelle'', il momento in cui cresce il senso di vulnerabilità che il giorno e la luce invece tentano di scacciare. Si consuma nella mancanza di sonno, nella mancanza di parola che né attraverso la lingua né attraverso i semplici occhi riesce a esprimere quel contrasto tra pianto e coraggio, tra disperazione e azione che agita i cuori dei rifugiati. Ed è in questo contrasto appunto che si realizza il dramma della guerra: ''furia e pietà'' corrono imperiose nelle vene, alimentando i sentimenti di chi è ancora vivo, ma sa bene che – nel silenzio, persino dei passi – continuano a sgorgare fiumi di sangue innocente.

In copertina Silvio Cancemi (a sinistra) insieme al sindaco Alberto Arcidiacono, Benedetto Rossi (a destra) insieme a Nicola Giacopelli