La Guardia di Finanza confisca beni alla famiglia Brancato per oltre 40 milioni di euro

Notevoli, secondo gli inquirenti, i legami con Cosa Nostra

PALERMO, 21 dicembre – I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo, coordinati dalla Procura della Repubblica di Palermo, stanno eseguendo la notifica del provvedimento, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, di confisca connesso agli investimenti della mafia corleonese nelle società di distribuzione del gas, disposta su numerosi beni mobili e immobili, aziende, disponibilità finanziarie, contanti e preziosi, in Italia, Spagna e Andorra.

Il decreto di confisca è stato disposto nei confronti di Maria D’anna, 72 anni e delle figlie Monia ed Antonella Brancato, rispettivamente 45 e 36 anni, rispettivamente, vedova e figlie di Ezio Ruggero Maria Brancato, (deceduto nel 2000), ex funzionario della Regione Sicilia fino al 1981, il quale aveva effettuato nel corso degli anni investimenti in alcune imprese palermitane, coinvolte, a partire dagli anni ’80, nel complesso processo politico imprenditoriale che ha portato alla realizzazione della rete di metanizzazione in Sicilia, nonché ai profitti derivanti dalla loro gestione e successiva vendita, avvenuta nel gennaio 2004, a favore della multinazionale spagnola “Gas Natural”, per un valore di oltre 115 milioni di euro, di cui oltre 46 milioni rappresentavano il profitto della cessione delle quote pagato a Maria D’Anna e alle figlie Monia e Antonella Brancato.

In particolare, Ezio Ruggero Maria Brancato era socio di sei società facenti capo al cosiddetto “Gruppo gas” con sede a Palermo, ritenute, come accertato dalle indagini nel tempo eseguite, sotto il controllo dei noti esponenti mafiosi Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano.
Le numerose e convergenti dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di atti riguardanti le imprese interessate hanno evidenziato la contiguità di Brancato e dei suoi eredi a Cosa Nostra, attraverso le partecipazioni dagli stessi detenute nel “Gruppo Gas”.
In particolare, i diversi collaboratori di giustizia hanno riferito che il “Gruppo GAS” era un’espressione di Vito Ciancimino, il quale era – scrivono i giudici del Tribunale –“l’interfaccia dei noti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano”.
In tale ottica, il citato “Gruppo Gas”, attraverso i sub appalti concessi ad imprese vicine alla criminalità organizzata, avrebbe interagito con Cosa Nostra in una logica di “reciproco vantaggio”, atteggiandosi come una “impresa collusa mafiosa”, tale da ritenere il condizionamento mafioso esteso all’intera compagine sociale del medesimo “Gruppo Gas”.

La gestione mafiosa del “Gruppo Gas” da parte di Maria D’anna e di sua figlia Monia, deve considerarsi decisiva affinché alle imprese potesse attribuirsi il valore di vendita poi concordato con gli spagnoli della GAS NATURAL.
Analoghe risultanze investigative avevano determinato il sequestro dei beni nella disponibilità di Massimo Ciancimino (figlio di Vito), considerati proventi della cessione delle quote del “Gruppo Gas” intestate al prestanome Gianni Lapis (socio storico di Ezio Brancato), avendo ritenuto che la costituzione e gestione delle società del “Gruppo G.A.S.”, in passato, abbia rappresentato interessi di natura mafiosa.

Il frutto della maxi operazione di vendita delle società del Gas è stato quindi reinvestito in società, mobilità finanziare, ma soprattutto in immobili di grande pregio a Palermo (fra i quali spiccano un intero palazzo con vista sul teatro Massimo, un attico sul Giardino Inglese, ed altri in via Dante o in zona Notarbartolo), in Sardegna (in Costa Smeralda nella nota Cala del Faro ad Arzachena) ed all’estero.

Inoltre il lavoro di ricostruzione dei flussi finanziari ha consentito di individuare il patrimonio della famiglia Brancato in Spagna e quello illecitamente detenuto nel Principato di Andorra, Paese con il quale è stata avviata dallo stesso Procuratore Capo di Palermo una cooperazione giudiziaria che ha aperto per la prima volta alla collaborazione attiva con l’Italia.

Sono stati pertanto rinvenuti, celati nei caveau delle banche pirenaiche, intestati a terze persone e società di comodo, rapporti bancari e cassette di sicurezza che contenevano decine di preziosi monili e migliaia di euro in contanti.

La stima del valore dei beni complessivamente confiscati, allo stato ancora in corso di definizione, ammonta ad oltre 40 milioni di euro e riguarda:
• n. 06 aziende commerciali con sede in Italia e Spagna;
• n. 05 quote societarie detenute da società italiane;
• n. 59 immobili di pregio situati sul territorio Italiano (Sicilia - Palermo, Sardegna – Costa Smeralda) e spagnolo (Barcellona);
• n. 04 autovetture (di cui n. 03 in territorio spagnolo);
• n. 01 motoveicolo;
• n. 118 rapporti finanziari detenuti in Italia, Spagna e Principato di Andorra;
• crediti vantati nei confronti di persone giuridiche e persone fisiche;
• denaro contante.

Le attività di indagine condotte dal Nucleo di P.E.F. di Palermo in collaborazione con lo S.C.I.C.O. della Guardia di Finanza, cui fa riferimento il provvedimento di confisca, rientrano nella strategia adottata dalla Procura della Repubblica di Palermo per rinvenire le ricchezze accumulate dalla mafia corleonese ed i soggetti a questa vicini negli anni, facendole così assumere al patrimonio dello Stato.

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