Il Nastro bianco (2009)

Ci troviamo in una comunità rurale tedesca, ai primi del '900. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, seguendo un bioritmo quasi suggerito dagli stessi eventi naturali e dalle necessità primarie dell'uomo: il sostentamento, la socialità in primo luogo. Ma il mistero e il terrore sono davvero dietro l'angolo e esplodono all'improvviso quando una serie di eventi tragici, tutti inspiegabili, turbano la serafica monotonia del villaggio, mutando per sempre la visione del mondo negli adulti e soprattutto la condizione psicologica nei bambini.

Accade infatti che una misteriosa corda tesa a filo d'erba provochi una caduta da cavallo al medico del villaggio (Rainer Bock), e che il figlio del barone (Ulrich Tukur), rispettato proprietario terriero, venga inspiegabilmente seviziato. Per di più una finestra aperta rischia di provocare la morte per assideramento di un bambino, e un fienile (sempre del barone) viene dato alle fiamme. Come se non bastasse poi, a pochi giorni dall'incendio, il bambino della lavatrice viene brutalmente seviziato.

La situazione precipita entro breve, quando a un piccolo handicappato vengono cavati gli occhi. Il tragico avvenimento fomenta il clima d'odio tra gli abitanti del villaggio... A raccontarci le vicende, da una posizione supra partes, sarà anni dopo la voce narrante del maestro di scuola (Christian Friedel), ormai forte di una più matura consapevolezza umana e soprattutto storica.

Se dovessi scegliere un solo aggettivo per classificare l'opera del Maestro austriaco Michael Haneke direi "rigoroso". Il rigore infatti è l'anima del film: ne rappresenta l'assunto di base (mi riferisco allo script) ma anche la messinscena. E non mi riferisco solo all'austero, splendido bianco e nero della fotografia, ma anche al vezzo di mantenere spesso inalterata la posizione della macchina da presa a vantaggio della teatralità delle dinamiche sceniche. Su entrambi i versanti (formale e sostanziale) Il Nastro bianco è un raro pezzo di bravura che non teme il confronto con due assoluti mostri sacri del cinema nordico: Carl Theodor Dreyer (Vampyr, 1932; Ordet, 1955) e soprattutto Ingmar Bergman (Dies Irae, 1943; Persona, 1966) uscendo a testa alta dalla prova.

Haneke vuole indagare l'animo umano, e lo fa con il chiaro intento di misurarne la profondità, prendendo in esame un periodo di preparazione o, se preferite, di "incubazione" dei germi nefasti presenti nella società tedesca già nel primo decennio del '900 e che saranno (presumibilmente) responsabili del culto della razza ariana alla base dell'Olocausto. La critica, come è noto, ha evidenziato quasi esclusivamente questo aspetto dell'opera. Tale posizione, però, preclude a priori una chiave di lettura più generale e filosofica, non meno interessante: per quanto l'uomo stabilisca regole ed equilibri, nulla può fare per esorcizzare la predisposizione alla deriva morale; una comunità può in tal senso essere tanto "cura" e sollievo dai mali del mondo, quanto il ricettacolo dell'orrore.

GIUDIZIO: 9,5/10
SITO UFFICIALE: luckyred.it/ilnastrobianco

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Scheda del film:
Titolo originale: Das weiße Band
Paese: Austria/Germania/Francia/Italia
Anno: 2009
Durata: 144 min/BN
Genere: drammatico
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Christian Berger
Montaggio: Monika Willi
Scenografia: Christoph Kanter, Anja Müller e Heike Wolf

Interpreti e Personaggi:
Susanne Lothar : La levatrice
Ulrich Tukur : Il barone
Burghart Klaußner : Il pastore
Josef Bierbichler : L'intendente
Marisa Growaldt : La bracciante

Candidature e Premi:
Palma d'oro al Festival di Cannes 2009
3 European Film Awards 2009: miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura
Golden Globe 2010: miglior film straniero

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