Hammamet (2020)

Film di genere biografico-drammatico del 2020, durata 126 minuti, diretto da Gianni Amelio, prodotto da Pepito Produzioni e Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution, con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Omero Antonutti, Renato Carpentieri, Giuseppe Cederna e Claudia Gerini. A 20 anni dalla sua morte, il regista, che ha curato la sceneggiatura insieme ad Alberto Taraglio, propone con la sua opera la figura del segretario del Partito Socialista Italiano, nonché presidente del consiglio dei Ministri Bettino Craxi esplorando, attraverso un viaggio inedito, il suo ultimo periodo di vita ad Hammamet, in Tunisia – scenograficamente curata da Giancarlo Basilli – affidando la fotografia a Luan Amelio Ujkai e le musiche a Nicola Piovani.

Milano, ex fabbrica Ansaldo: 45° Congresso PSI, 1989.
Abito scuro, cravatta rossa. Bettino Craxi – che interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino,  è riuscito ad emulare gesti e voce, al di là dello straordinario make up – viene confermato per la 6a volta segretario del Partito Socialista Italiano e dal pulpito del capannone gremito, annuncia la crisi di Governo – inducendo Ciriaco De Mita a dare le dimissioni il 19 maggio – accusato, a quattr’occhi, dall’ ex ministro Vincenzo Balzamo – Giuseppe Cederna – per avere macchiato il nome del partito.
Parliamo del Partito. Se continua così c’è il rischio che non ti sopravviva.
Fa male dormire in un letto freddo. Hai vissuto per 20 anni con una bella donna, in una bella casa: è a questo che non si sopravvive!

Un flashback doveroso per restituire a coloro i quali, anagraficamente, non hanno vissuto l’apice politico di Bettino Craxi, proiettandolo subito dopo nella sua villa ad Hammamet, ormai uomo, 6 mesi prima dalla sua morte, mentre passeggia, afflitto dal diabete, sofferente, tra le stanze della sua abitazione, quando ormai dell’Italia, non resta nient’altro che un ricordo, destato dalle voci della TV del suo salotto – che non cesseranno mai durante l’intero film – contrastate dall’inquietante battito del bastone lungo il pavimento, poco prima che qualcuno irrompesse nel suo giardino: Fausto Balzamo – Luca Filippi – l’orfano che con una videocamera, senza alcun obiettivo cronista, registrerà i pensieri di un ormai decaduto leader, orgoglioso, che non accetterà mai la clemenza dello stato italiano e degli arresti domiciliari, ma con un’intensa voglia di parlare di politica, se non può più farla.
Due volte, l’ultima poche settimane fa. In contumacia. Al solito, sulla base di testimonianze, ottenute…si è visto come. E di un pregiudizio, ‘non poteva non sapere’, che vale solo per me. Eh ma, non finirà.
Perché non si presenta in tribunale?
Ma io non ci vado da uno che dice ‘se questo non parla, chiudo la cella e faccio fondere la chiave’, l’ha detto. Non sono io che me lo invento, era sui giornali. L’ha detto. Tagliala questa, tagliala, dai. Spegni, spegni. Com’era?
Buona.

Accudito dalla figlia Anita – Livia Rossi – cercherà di sopravvivere alla malattia, in un luogo dove la Sanità Pubblica lascia a desiderare, tormentato dal desiderio di ritornare in Italia, di continuare ad amarla, “per cento giorni, cento anni” – in riferimento al testo cantato di Caterina Caselli, colonna sonora dell’opera – da uomo libero, riabilitato, a testa alta, in seguito alle inchieste giudiziarie di Mani Pulite che lo hanno costretto a fuggire, in Tunisia, dove nelle giornate più limpide, dalla spiaggia, riesce ad apprezzare in lontananza la sua Terra. Tra sogni e realtà, il Presidente, riesce ad attutire le insidie di chi, da lontano, giungerà ad Hammamet. Fantasmi del passato, senza un vero nome. Una scelta condivisibile considerato che, a chi è lontano dalla penisola italica, non resta altro che un titolo, privo di qualunque significato, che sia un amico politico o, addirittura, un’amante.
Oui?
Sono io.
Sei tu? Non ci speravo più. So quanto ti è stato difficile venire qui, molto più che a me che ho scavalcato il mare. La stanza è brutta, va beh, però c’è il letto grande: dormi con me stanotte? Come hai saputo che ero qua?
Mia figlia.
Chissà che ti avrà raccontato, mi odia.
È stata lei a portarmi qua.
Non ci credo. E perché l’ha fatto?
Questo vorrei saperlo anch’io!

E se un tempo, l’ex segretario del PSI, aveva la facoltà di governare un Paese, ad oggi, non gli resta che rimuginare su ciò che è stato e che, per lui, non sarà più, costretto a rendere quasi normale una solenne festività, mangiando di nascosto una colomba pasquale. A giustificarsi da chi, irriverentemente, cercherà di far luce sullo scandalo che lo portò sotto i riflettori giudiziari, per del denaro “mai rubato”, bensì, “raccolto” da terra, dopo essergli stato lanciato. Umiliato, nei suoi pensieri, in ginocchio sui ceci all’interno di una cappella del collegio che frequentava da bambino e seduto su una sedia a rotelle, come un fenomeno da baraccone posto al centro del palcoscenico di un varietà, davanti agli occhi di chi, a distanza di anni, cerca in tutti i modi di distinguere il falso dalla verità. Una verità, questa, che – purtroppo – non ci è concesso sapere e che mai, se non da una videocassetta, potremo conoscere.
Lo so che ce l’hai la pistola. Fallo, spara. Loro, ti scaricano addosso il loro mitra però, appena fanno fuoco io ti afferro e ce ne andiamo via insieme, io e te. Che ne dici? Oppure no, ti propongo il delitto perfetto: accendi la telecamera e io ti dirò cose, solo a te. Cose che nessuno sa, neanche immagina. La mia verità! Puoi farne l’uso che vuoi, ti autorizzo. Così, non te ne vai via a mani vuote. Com’è la luce qua?
Va bene.

Con la sua opera, Gianni Amelio, tende con coraggio a focalizzarsi – per la prima volta nella storia del cinema – sul primo presidente del Consiglio dei Ministri socialista, discostandosi cinematograficamente dai personaggi politici già rappresentati sul grande schermo, come il Silvio Berlusconi de Il Caimano (N. Moretti, 2006) o il Giulio Andreotti de Il Divo o ancora il Cavaliere di Arcore in Loro (P. Sorrentino, 2008 e 2018), ripercorrendo la vita in esilio dell’uomo che risponde al nome di Bettino Craxi, un nome mai pronunciato durante il film perché battezzato con l’appellativo di “Prèsident”, contrastando fortemente l’incipit della pellicola in quanto, quella luce politica – cronologicamente parlando – che illuminò di “rosso” il Belpaese, era già tramontata e, allo stesso tempo, concede al protagonista la possibilità di sognare un ritorno in Italia, rappresentata dalla la sua bella e amata Milano – geograficamente distante, prossima nei suoi pensieri – attraverso una passeggiata surreale nei tetti del Duomo, al di sopra del transetto, in un viaggio gotico articolato tra pinnacoli e archi rampanti.

 “E come giro l’angolo eccoli là: Deputati, Ministri, quelli dell’Aula mi vengono incontro. C’è anche il Giudice e io sono pronto. Mi aggrediscono, penso.

Non importa, aspetto. E invece quelli sorridono, per primo è il Giudice che mi stringe la mano.

‘Bravo’, mi fa, ‘le tue parole mi hanno aperto gli occhi. A tutti noi li hanno aperti, perché sono vere. Tutti quanti dovremmo fare come te, avere coraggio’.

Coraggio? Che coraggio c’è a parlare male degli altri, a spargere veleno? Questo lo fanno loro, io non le faccio queste cose e se stavolta l’ho fatto ho sbagliato. Ho sbagliato.

È un sogno, i sogni son strani eh?


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