“L'Isola di Arturo” di Elsa Morante ed i grandi temi di oggi, se ne è parlato al liceo D'Aleo

Incontro appassionante tra gli studenti del liceo classico-scientifico e lo scrittore Raffaele Riba

MONREALE, 22 marzo – Si chiama Raffaele Riba, ha 35 anni e di mestiere fa lo scrittore. Ieri è venuto giù in Sicilia dalla fredda e piovosa Torino, per incontrare studenti e insegnanti nell’aula magna della scuola “Basile-D’Aleo” di Monreale, dove sono stati convolti gli studenti del liceo classico e scientifico. Raffaele è un ragazzo in jeans e maglione, ha l’aria un po’ trasandata, un volto ossuto su un corpo agile e dinoccolato, i grandi occhiali dalla montatura scura e la zazzera spettinata gli conferiscono un’aria genialoide.

La giornata è piovosa e l’aria pungente. “Noi siciliani siamo generosi - dice un’insegnante - e ti abbiamo accolto così per non farti sentire la mancanza della tua città.”
Raffaele ridacchia, poi dice le ragioni per le quali è sceso: per parlare di un romanzo di formazione che è un classico, L’isola di Arturo di Elsa Morante. Raffaele parla con parole semplici ma acutissime, afferra il microfono, scavalca la grande cattedra, si appoggia ai pilastri e interroga i ragazzi, facendo domande facili che non generano timore. Racconta la trama in modo affascinante, muovendo le mani come farebbe un meridionale, spoilera alcuni punti cruciali del libro, perché tanto – dice – quello che conta non è come va a finire la storia, ma come essa è scritta e come entra in contatto con la nostra anima. Parla della solitudine di Arturo, delle sua mania idealizzante, delle sue infinite contraddizioni, dei suoi grandi e piccoli amori: l’amore per la madre, che il ragazzino non ha mai conosciuto, ma che egli ha circonfuso di un’aura sacra; l’amore puro e fraterno per Immacolatella, la cagnetta bianca che morrà a causa di un parto tardivo; l’amore per il padre Wilhelm Gerace, una specie di eroe bello, indomito e tenebroso, ma in realtà uomo fragile che non sa assumersi le sue responsabilità genitoriali; l’amore per Nunziata che è amore vero, quello con la A maiuscola, destinato a rimanere purtroppo insoddisfatto; l’amore carnale per Assuntina; l’amore per Procida, descritta come un mondo arcaico e selvaggio, al di fuori del tempo della storia, una specie di metafora geografica della sua infanzia mitica e spensierata.

Ma parlare dell’ “Isola di Arturo”, dei suoi grandi temi e dei magnifici personaggi, diventa il pretesto per parlare di noi, della Storia, di altri romanzi, di idee, dei tempi di lettura e dei tempi di attesa, che oggi sono molto più veloci e incalzanti, di quello che di grande e meno grande è successo nel 1957, anno di pubblicazione del romanzo.

Raffaele Riba è uno scrittore, ma innanzitutto un grande lettore, perché alla scuola Holden, quella famosa fondata dal celebre Alessandro Baricco, quella che lui ha frequentato da allievo e che continua a frequentare da insegnante, prima di tutto si impara a leggere, perché leggere fa diventare più intelligenti. E si impara a leggere in uno spazio libero da restrizioni, proprio come il giovane Holden che dà il nome alla scuola, che rifiuta gli obblighi, le norme imposte dalla società, dalla scuola, dalla famiglia.
“Attenzione – incalza la solita insegnante – che Holden fa mala fine…”. Raffaele ridacchia, ma non è proprio sicuro che Holden abbia fatto mala fine. Chi avrà ragione?

L’atmosfera si fa ancora più intima, familiare. Raffaele è stanco di parlare, vuole ascoltare i ragazzi, li spinge a fargli qualsiasi tipo di domanda, si mette in gioco, accorcia ancora di più lo spazio che li separa. E i ragazzi, che di solito in queste occasioni sono timidissimi, cominciano a parlare. Il ghiaccio si scioglie del tutto e il dibattito si anima naturalmente con garbo e stile e sottigliezza di risposte.
Bravo Raffaele, ti aspettiamo qui in Sicilia, non dimenticarci! E in bocca al lupo per il tuo ultimo romanzo: “La custodia dei cieli profondi”.

 

 

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