Un obiettivo preciso: preserviamo i beni culturali per le generazioni future

fumetto di Michele D'Amico

Il patrimonio culturale italiano, fotografato dall’ultimo studio fatto dall’Istituto Nazionale di Statistica nel 2015, vanta 4.976 musei e istituti similari, pubblici e privati, aperti al pubblico. Di questi, 4.158 sono musei, gallerie o collezioni, 282 aree e parchi archeologici e 536 monumenti e complessi monumentali. Le regioni con il maggior numero di istituti (30% del totale) sono Toscana (548), Emilia-Romagna (477) e Piemonte (427). Nel Mezzogiorno si concentra invece oltre la metà delle aree archeologiche (52,8%), una su tre (32,6%) si trova in Sicilia e Sardegna.

Data la ricchezza del patrimonio storico-archeologico presente in Sicilia, la Regione Siciliana ha il compito di proteggere, tutelare e valorizzare tale patrimonio e la sua storia rendendolo pubblico, attraverso attività di promozione, affinché sia accolto dalla cittadinanza la quale deve essere partecipe in tutte le fasi della trasmissione della cultura, a partire dalla tutela e dalla valorizzazione.

In un precedente articolo (leggilo qui), ho affrontato l’argomento relativo alla vigilanza e alla fruizione del patrimonio culturale puntando l’attenzione sull’inderogabile necessità della presenza umana all’interno dei siti culturali siciliani. Necessità sancita da un quadro normativo di riferimento che va dalla Carta Costituzionale in materia di tutela del patrimonio culturale, al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che regola tutto ciò che afferisce alla tutela, conservazione, fruizione e valorizzazione del bene culturale.

Il concetto di valorizzazione del patrimonio culturale è estremamente complesso. Proverò, con gli elementari arnesi in mio possesso, a semplificarlo quanto più possibile. L’articolo 6 comma 1 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio prevede: “La valorizzazione consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale”.

La valorizzazione dunque favorisce lo svolgimento di attività o azioni che presentino carattere di promozione dei beni affinché si abbia una quanto più ampia diffusione della cultura. D’altra parte l’articolo 1 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio stabilisce come la “tutela e la valorizzazione del patrimonio concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura”. È innegabile che tutela e valorizzazione sono strettamente legate tra di loro.

In Sicilia il compito della valorizzazione e della tutela rientra nelle esclusive competenze della Regione Siciliana. Indicazioni sulla valorizzazione si trovano anche all’articolo 111 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio dove si considerano attività di valorizzazione: “la costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero la messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all'esercizio delle funzioni ed al perseguimento delle finalità indicate all'articolo 6”. L’articolo continua mettendo in evidenza come a tali attività possano “concorrere, cooperare o partecipare soggetti privati”. La valorizzazione infatti si presenta sia ad iniziativa pubblica sia a iniziativa privata (comma 2).

Quanto prima in punto di diritto. Cosa accade nella pratica? All’interno dei parchi archeologici, pur di valorizzarli e fare cassa, si può fare ciò che si vuole? Fin dove può arrivare ad estendersi il concetto di valorizzazione unito a quella diffusione della cultura prevista dalla normativa vigente? E di quale cultura parliamo, quella legata alla storia dei luoghi, del territorio o di cos’altro? I concerti ad altissimo volume che spesso si celebrano all’interno dei parchi, vicini ai templi greci con 30 mila giovani che saltano possono procurare danni futuri ad opere che non sono replicabili perché unici?

Sono tutte domande che ci poniamo alle quali non è facile dare delle risposte poiché tutto trascende nell’ambito dei gusti e delle considerazioni personali che tendono a formare contrapposizioni tipiche della società umana alle quali chi scrive non intende aderire. Sia chiaro chi scrive è ben consapevole che la musica sia un’arte e che non si possa giudicare il moderno rispetto all’antico, se ciò si facesse si commetterebbe un clamoroso errore, ma c’è da chiedersi se per questi spettacoli non ci siano spazi deputati anche all’interno dell’area del parco ma lontano dai templi.

Ad Atene, ad esempio, nel teatro di Dioniso, sono severamente proibiti concerti che abbiano un livello di suono altissimo; vanno in scena solo spettacoli classici, commedie, rappresentazioni teatrali. A Verona, invece, fanno di tutto e di più. Quale è la ricetta corretta? Che ben venga la musica all’interno dei parchi archeologici ma ci sono generi e generi di musica, tutto è arte ma ciascun’arte non può non avere i propri spazi.

Il legislatore regionale non può non affrontare e dare risposte alle domande che in questa sede vengono poste, partendo da un presupposto normativamente enunciato che i concetti di valorizzazione e di tutela sono strettamente legati tra loro ma la valorizzazione non deve mai prendere il sopravvento sulle esigenze di manutenzione e protezione dei beni. In altri termini, l’esigenza di fare cassa non può mettere mai in discussione la sicurezza del patrimonio archeologico che la storia millenaria della Sicilia ha tramandato a tutti noi e a tutti quelli che verranno dopo di noi.

Sebbene sia noto che viviamo in una società che abbia eletto il denaro a unità di misura generalizzata d’ogni attività umana, uno degli obiettivi principali da perseguire, in tema di beni culturali, non è quello di produrre denaro a qualunque costo ma è quello di ridurre i rischi per le strutture, garantendone la conservazione. Il patrimonio archeologico è fragile e non è certamente rinnovabile. Si parla molto spesso del concetto di conservazione integrata del patrimonio, descritta come quell’insieme di "misure che hanno la finalità di assicurare la perennità di questo patrimonio, di tutelare la sua conservazione nel quadro di un contesto ambientale appropriato, costruito o naturale, nonché la sua destinazione e il suo adattamento ai bisogni della società".

In altri termini è necessario attenuare le ambiguità del binomio conservazione-valorizzazione, favorendo la tutela e la protezione dei beni, ma al contempo anche la fruizione e il godimento al pubblico, tenendo sempre in considerazione che l’obiettivo finale deve essere di preservare i beni culturali per le generazioni future e che tutte le iniziative debbano facilitare la comprensione e la diffusione del monumento, della sua storia, senza mai snaturarne i significati.

 

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