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Rosario Livatino, una luminosa figura di magistrato

· Stefano Gorgone · L'opinione
fumetto di Stefano Gorgone

Carissimo direttore,
“Cosa vi ho fatto, picciotti ?” furono le ultime parole di Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso da mano mafiosa il 21 settembre del 1990, mentre si stava recando con la sua Ford Fiesta al tribunale di Agrigento.

Originario di Canicattì, figlio unico, aveva appena compiuti 37 anni. Una vita dedicata allo studio, al lavoro, alla famiglia, molto legato all'Azione Cattolica, apolitico, lontano da condizionamenti di ogni genere. La sua feroce uccisione suscitò nel nostro Paese grande sdegno e dolore.

Sono stato sempre affascinato dalla personalità di Rosario Livatino, dalla sua umanità, dalla sua solidissima fede, dal suo coraggio e dalla sua determinazione nel difendere la legalità e la giustizia. Ricordarlo, così com'è stato fatto recentemente presso il palazzo arcivescovile di Monreale, è un dovere ineludibile perché si tratta di una persona che ha pagato con la vita la sua integrità professionale e la sua lealtà nei confronti dello Stato. Per Livatino, il magistrato deve essere indipendente non solo nella propria coscienza, nella fedeltà ai principi, nella linearità delle sue decisioni, ma anche “ fuori dal suo ufficio, nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità agli affari, nella sua rinunzia ad incarichi e prebende.”

Compito del magistrato è quello “ di dare alla legge un'anima, di decidere e scegliere tra tante soluzioni ed è proprio qui che il magistrato credente può trovare il suo rapporto con Dio. Egli deve esser capace di comprendere l'uomo che ha di fronte e giudicarlo senza atteggiamento di superuomo.”
E' stato beatificato nella cattedrale di Agrigento il 9 maggio del 2021 come martire della giustizia e della fede, una data scelta proprio perché il 9 maggio del 1993 Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi aveva levato altissimo un grido contro la mafia. Fu un grido di dolore che il pontefice lanciò con grande forza subito dopo avere incontrato i genitori del giovane magistrato, un grido che riecheggia ancora nei nostri cuori e che, come bene ha sottolineato Monsignor Cataldo Naro, pose fine ad un lungo periodo di silenzio da parte della Chiesa sul tema della mafia.

A rendere sempre più luminosa la figura del giudice Livatino sono stati certamente i suoi scritti, le sue azioni, le testimonianze di diversi sacerdoti, dei colleghi magistrati, ma anche dei suoi assassini che, dopo una profonda crisi interiore, si sono sinceramente pentiti del grave delitto commesso. Così scrisse alla Fondazione Livatino Domenico Pace, uno dei killer condannati all'ergastolo: “ Sono qui a chiedere il vostro perdono e lo faccio inginocchiandomi davanti a voi....La fede mi aiuta a sperare che il giudice Rosario Livatino mi abbia perdonato. Che sia beato.”
In un'epoca come quella attuale segnata dal vuoto di ideali e di valori, in cui è sempre più difficile per i laici essere luce del mondo, la testimonianza di Rosario Livatino merita di essere ricordata anche perché può veramente illuminare il cammino di molti giovani e convincerli ad essere anche loro costruttori di legalità e di speranza.

 

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 23 luglio – Il copione si ripete troppo spesso. Le fiamme divorano boschi, campagne e montagne, lasciando dietro di sé cenere, devastazione e una lunga scia di rabbia.

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