fumetto
di Giuseppe Leto
La Natura restituisce il conto alla tracotanza dei governanti sbruffoni, all’incuria dei superficiali, al populismo di queste destre che, foraggiate dai poteri forti, adulate dalle tirannie, straripano nei paesi democratici.
I disastri ambientali acuiti da piromani geneticamente bastardi (così li definirebbe il trio Aldo Giovanni e Giacomo) sono sotto gli occhi di tutti ed a subirne le conseguenze è il popolo, soprattutto i più esposti fisicamente ed economicamente.
Crescenti focolai di guerra infiammano il mondo e dal clima alla giustizia, dall’iniqua distribuzione della ricchezza alle migrazioni, alle violenze di piazza e di quartiere le risposte sono le stesse, uguale la postura.
Arroganza, ingordigia, delegittimazione della scienza, delle professionalità, di qualsiasi pensiero diverso definiscono la natura di queste destre emergenti; la repressione, lo scontro fisico, la denigrazione sullo sfondo di un nostalgico ritorno al passato che si spinge indietro nel tempo fino alle belve del Colosseo, ne rivelano l’identità.
Chiamatelo come volete, non è questione di etichetta. Questi sono i contenuti di un sistema politico intriso di violenza fisica e verbale, che ha seminato lutti e tragedie, responsabile di guerre e di genocidi, che attrae bulletti di piazza e di quartiere facili di coltello e di pistola. Questa è una barbarie che torna ad insidiare il futuro delle nuove generazioni e l’equilibrio del pianeta terra.
Se la natura restituisce il conto alla tracotanza del bullo sbruffone d’oltreoceano ed ai suoi affiliati, nei paesi democratici il compito di stemperare il clima sociale, infuocato per riflesso, è nelle mani del popolo.
Tra il 2027 ed il 2029 avremo in Italia 5 importanti scadenze elettorali. Quelle nazionali e regionali nel 2027, il referendum sul premierato nel 2028, quelle europee e comunali nel 2029. Altre se ne svolgeranno nei paesi europei. Sono scadenze importanti, delicate per le sorti delle democrazie occidentali in affanno, forse decisive per il futuro delle nuove generazioni.
C’è un attacco sistemico delle tirannie, dei poteri forti dell’economia e della finanza alle democrazie a sovranità popolare. A quelle democrazie dove le parole pace, libertà, lavoro, equa distribuzione della ricchezza, salvaguardia del pianeta hanno un peso, una prospettiva, una speranza, ma che sono di intralcio agli arricchimenti speculativi, ai resort costruiti sulle macerie, allo sfruttamento della tecnologia e dell’IA.
C’è in questo una responsabilità delle destre liberali alla deriva, prigioniere delle tendenze di chi è affetto dalle nostalgie di un poco nobile passato, occupate dall’ingordigia dei poteri forti dell’economia e della finanza.
Né affiorano segnali incoraggianti a sinistra. Come attori di una filodrammatica parrocchiale recitiamo stancamente parole, frasi prive di spessore e di anima. Parole pesanti come pianeta, lavoro, pace, esplosione demografica, povertà crescente, rimbalzano stancamente sui teleschermi senza una convinta partecipazione che le sappia interpretare, viverle e farle vivere.
Per questi ideali e per questi valori riempivamo le piazze cantando l’inno alla democrazia degli Inti Illimani. A squarciagola inneggiavamo al lavoro, alla pace, alla giustizia dell’Internazionale socialista. Oggi starnazziamo nel cortile in un inutile inseguimento, in uno sterile rimbecco rancoroso. Rincorriamo pigmei politici sul loro campo, incapaci di prospettare, dalle periferie fino all’Europa, un futuro nuovo, diverso, coerente con gli sviluppi di una realtà profondamente mutata.
“Siamo stanchi, Chevalley, svuotati dentro. Apparteniamo al passato” rispondeva il Gattopardo al funzionario piemontese Chevalley che lo sollecitava ad entrare in politica e schermendosi additava in sostituzione il giovane nipote Tancredi.
Siamo di nuovo stanchi, viviamo in democrazie piatte, prive di slanci, di speranze, di sogni. Guardiamo con rassegnata impotenza il cortileccio di una rappresentanza politica miope, incapace di infondere ottimismo, coraggio, fiducia e speranza per contrastare chi semina paure, agita spettri, accarezza istinti, puzza di passato.
In questo contesto non serve segnare perimetri. Urge il risveglio di tutte le coscienze democratiche. Serve riscoprire il gusto della dialettica e del confronto. Serve la “bella politica” che dalle periferie a salire sappia prospettare un futuro.
C’è bisogno di giovani che si nutrono di sogni, di speranze, di attese. C’è bisogno di ragazze e ragazzi coraggiosi nell’osare, responsabili del loro futuro, consapevoli che solo nelle nostre democrazie a sovranità popolare pace, libertà, lavoro, equa distribuzione della ricchezza, dignità possono avere un senso ed una prospettiva e che su questi valori “el pueblo unido jamás será vencido”.