di Giuseppe LetoIl 17 novembre del 2024, con il titolo “Gli elefanti sono entrati nelle cristallerie”, commentavo la sentenza della Corte Costituzionale in merito alla riforma sulle autonomie differenziate.
In quella circostanza sottolineavo la grossolana cultura politico-amministrativa di queste nuove destre nazionaliste-sovraniste-populiste e come esse, negli obiettivi, nei contenuti, nel linguaggio e nella postura, indirizzassero verso un futuro di guasti sociali, morali, culturali, economici penetranti e generalizzabili.
La realtà è sotto gli occhi di tutti e mai mi sarei aspettato che il bullismo, l’arroganza, la demenza, la blasfemia del Presidente degli USA ne avrebbe dato una dimostrazione tanto rapida, plateale, tragica, sanguinaria.
Molti sono stati i predicatori che in questi anni si sono affollati sotto i pulpiti per osannare la sbrigativa modernità di questa nuova politica. Nelle piazze, gli eredi di chi ha lasciato macerie hanno improvvisato balletti nei confronti di quanti con le lotte politiche e sindacali sono stati comprimari della rinascita dell’Italia. Numerose sono state le testate giornalistiche sollecite a stigmatizzare l’arretratezza della sinistra.
Gli stessi predicatori oggi annacquano nell’esuberanza del personaggio, Trump, i crimini di Minneapolis e di Teheran, mistificano la storia facendo risalire al 7 ottobre del 2024 le conseguenze dei crimini di Gaza nascondendo i soprusi della storica corrente politica colonialista, nazionalista, sovranista incarnata da Netanyahu, plaudono al limbo della Meloni sulla violazione del diritto internazionale in Venezuela ed in Iran.
In questo contesto turbolento e minaccioso, quello del 22 e 23 marzo non è stato un incidente di percorso della Meloni, ma il grido dei giovani, delle donne, dei tanti che sono tornati alle urne per esprimere il ripudio di questa nuova politica.
Attenti quindi a sopravalutare la rottura della Meloni con Trump. Quelli dello psicopatico statunitense sono gli ingredienti di questa corrente di pensiero politico nazionalista, sovranista, populista che ha infettato le destre.
Di questo sistema equivoco, di politica mescolata agli affari, di forza che sovrasta la diplomazia, pervaso del linguaggio dello scontro, degli slogan e che indulge ai costumi delle tifoserie, Berlusconi è stato il pioniere e la truculenta figura di Trump ne è l’emblema più spinto. È di Berlusconi, massimo esponente del mondo economico finanziario in Italia, la responsabilità di avere preso in ostaggio la politica. Della pericolosa deriva erano convinti Indro Montanelli e tanti pensatori della destra che si sono alienati le simpatie di Berlusconi.
Oggi il mondo è investito dai problemi della globalizzazione, dell’intelligenza artificiale, dell’innovazione tecnologica, della conquista dello spazio. Emergono problemi di sicurezza, di distribuzione della ricchezza, di civile convivenza, di governo dei flussi migratori, Sono fenomeni che disegnano un mondo nuovo, dai confini più larghi, che vede nel Sud del globo in crescita una opportunità di sviluppo del Paese.
Di fronte a questo spettacolo di turbolenze e di opportunità l’arretratezza sta a destra. Sta nell’affrontare le sfide del futuro rinculando, per paura, verso il passato. Spetta quindi alla destra liberale sciogliere il nodo e dirci cosa vuole essere in questo nuovo millennio.
Spetta alla destra liberale dirci se i respingimenti sono la giusta risposta alla incalzante esplosione demografica che registra oggi 9 miliardi di presenze umane contro l’1,5 miliardi del secolo scorso. Spetta alla destra dirci se l’ingordigia del potere economico-finanziario che ha accentrato la ricchezza nelle mani di uno sparuto numero di nababbi può essere frenata assecondando lo straripamento della finanza sulla politica. Spetta ai così detti realisti pragmatici spiegare in che misura questo blando riformismo è sufficiente a placare la sete di ricchezza di quanti vedono nelle guerre una opportunità di nuova ricchezza.
Ma il voto referendario interroga la sinistra. La mossa della Schlein in risposta alle scomuniche di Trump nei confronti della Meloni la ritengo istituzionalmente corretta e strategicamente intelligente.
Essa lancia la sfida alla Meloni di uscire dal suo campo rancoroso, sprezzante, acido, per entrare nel campo del confronto, del rispetto della Costituzione, della costruzione di una democrazia adulta, di una Europa unita.
Trovo invece scomposta la frenesia, sincera o strumentale che sia, della ricerca dell’antimeloni. Significherebbe giocare la sfida nel campo dell’avversario.
È di fondamentale importanza definire prima un progetto sulla base di valori condivisi ed un “progetto” è tale se, partendo dall’analisi del contesto di riferimento, prima individua gli obiettivi condivisi, definisce i contenuti in termini di conoscenze e strumentazione, ed infine sceglie i metodi in termini anche di assetti organizzativi più appropriati. Rovesciando il processo non si costruisce un progetto ma si soddisfano gli opportunismi.
Solo il 25 Aprile prossimo, nei toni, nelle posture, nei contenuti, potrà dirci se la lezione del popolo è stata recepita e se da destra e da sinistra arriveranno i segnali di una nuova liberazione.
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