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Referendum sulla giustizia: Si? No? Non lo so?

· Giuseppe Leto · L'opinione
fumetto di Giuseppe Leto

Allorquando, per opportunismo politico, il governo ha forzato la mano per imporre la data più ravvicinata possibile sul referendum del 22 e 23 marzo  lo scarto tra il “SI” ed il “NO” stimato era superiore ai 30 punti percentuali.

Oggi, secondo le stime, il “No” sarebbe in vantaggio del 2-2,5%, con un trend di crescita in rapporto alla maggiore affluenza alle urne dei votanti. L’ampio recupero, se confermato dalle urne, merita, a mio avviso, considerazioni di metodo e di merito che superano i confini della semplice vicenda referendaria. In linea generale si può affermare infatti che quando i problemi complessi vengono sottratti alla frettolosità dell’impulso e setacciati dalla ragione le prospettive cambiano.

È percezione diffusa che la Magistratura, il terzo potere dello Stato, necessiti di correttivi. In questi anni il suo indice di popolarità è sceso ai minimi livelli ed è doveroso approfondirne i motivi , valutarne le conseguenze, individuare i rimedi.  Ma l’indice di popolarità dei politici, nel frattempo, è schizzato alle stelle?
È quindi ragionevole la perplessità dell’opinione pubblica se una esigua parte di un potere che agli occhi della gente è ancora più squalificato possa essere il depositario affidabile della cura.

Credo che la saggezza popolare, con il NO, non voglia ignorare il problema che investe il terzo potere dello Stato, ma ammonire che un tema tanto complesso debba essere sottratto alle irritazioni superficiali di chi governa e valutato in profondità dai tre poteri, con l’ausilio dell’analisi e dell’approfondimento dell’intero mondo scientifico e tecnico di riferimento e nell’ambito delle regole fissate dalla Costituzione.

Ma la riflessione attiene anche al merito della riforma che, come avviene per ogni intervento, deve rispondere ai criteri delle tre E, (EEE).

Il primo è quello della “Efficacia”. Si dice che lo scopo della riforma sia quello di debellare l’influenza della Magistratura politicizzata che vanifica l’azione dell’esecutivo. Ma la coscienza popolare si interroga se il presunto offeso, in questo caso l’esecutivo di turno, possa arrogarsi il diritto di stabilire unilateralmente le regole entro le quali si deve muovere il controllore e se sia sensato che all’apparire di una macchia di umidità nel muro, come può essere un problema di funzionalità, si metta mano al pilastro.

Il secondo criterio è quello della “Efficienza”. La separazione delle carriere implicherebbe, a detta di tutti, una formazione della magistratura inquirente specifica, diversa da quella attuale che è pari a quella del giudice. Essa richiederà una architettura organizzativa e logistica parallela, con l’impiego di risorse pubbliche già insufficienti a colmare le carenze di organico e di strumentazione che la ingolfano. Ma in tal caso il sistema giuridico, già intasato, subirebbe un appesantimento a danno delle attese di giustizia degli onesti e sollievo per chi, reo, conta sulle prescrizioni.

Il terzo criterio è quello della “Economicità” e la riforma, a bocce ferme, triplica la spesa al netto dei costi degli adeguamenti organizzativi sopra richiamati.

A chi giova quindi questa riforma? Certamente non alla collettività che da una struttura più farraginosa ne trarrebbe danni funzionali ed economici.

Non sfuggono poi alla saggezza popolare i ripetuti richiami di fatti e di circostanze che nulla hanno a che vedere con la riforma e perciò sospetti, senza contare infine le contraddizioni sugli obiettivi della riforma tra chi l’ha scritta con l’intento dichiarato di frenare i “plotoni di esecuzione” e i sostenitori del “SI” che ne azzerano gli intenti punitivi nei confronti dei magistrati.

Queste le motivazioni che a mio avviso maturano tra la gente che vede nella riforma una soluzione inadeguata, tendenziosa, economicamente gravosa ed improduttiva.

C’è da sperare che il crescente interesse popolare e le numerose sollecitazioni tra le quali quelle dei missionari comboniani, che ricordano che  la partecipazione è un dovere e un atto di responsabilità civica, un gesto concreto di cura, faccia breccia sulla resistenza degli indecisi e degli astensionisti. In essi infatti è riposta, oggi più che mai, la responsabilità di un possibile salto di qualità della politica, salutare per le nostre bistrattate democrazie.

La partecipazione, che fa seguito alla riflessione sarebbe un segnale forte per sollecitare l’intero apparato legislativo a ricondurre la “politica” nel suo alveo naturale che non è quello dello scontro, delle tifoserie e della reciproca delegittimazione al ribasso che sconcertano la gente, ma quello del confronto su progetti e programmi alternativi nell’interesse della collettività. Una pianta che vive nel deserto, luogo elevato a simbolo delle riflessione dalla liturgia cristiana, estirpata dal suo terreno naturale e trapiantata in un acquitrino non attecchisce e prima o poi è destinata a marcire.

Queste a mio avviso le motivazioni di un NO che non ignora i problemi della giustizia, ma ne sollecita il rinvio ad un consesso più ampio, più serio, più appropriato nell’interesse della democrazia.

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 31 dicembre – Sarà molto difficile, anzi sarà forse impossibile, per la comunità monrealese, archiviare quest’anno come uno dei tanti. Come l’ennesimo che va in soffitta, tra gioie, dolori, rimpianti o speranze.

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