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Serve la politica

· Giuseppe Leto · L'opinione
fumetto di Giuseppe Leto

Gli episodi di Torino ad opera di bande di teppisti criminali hanno dato la stura all’ennesima sceneggiata dello scaricabarile e fornito al governo l’occasione per allungare l’elenco dei reati, inasprire le pene, comprimere le libertà.

Quello della violenza crescente e della sicurezza è un problema di grande importanza, ma ad inseguire gli eventi senza risalire alle cause si rischia di lasciare in eredità alle future generazioni non già un paese vivibile, ma un enorme casermone. Quello di rispondere con la repressione è un processo dettato dall’istinto che indulge al populismo, non è dettato dalla ragione che invece procede sulla spinta di valori e che, illuminata dalla scienza, cerca il rimedio appropriato.
Ce lo ricordano quanti, nella nostra Città, alla barbarie di assassini che hanno lacerato i sentimenti, ferito affetti, offeso la comunità, ucciso tre giovani hanno risposto con l’esempio del richiamo alla responsabilità, alla legalità, all’agire umano.

Di fronte alla violenza crescente, diffusa in tante parti del mondo, che dilaga nelle piazze e si diffonde tra i più giovani, nasce l’allarme se non sia stato avvelenato l’ambiente.
Un vecchio saggio latino ammonisce che “le parole incitano, gli esempi trascinano”.
Verso quale sponda allora trascinano gli esempi del sopruso in Ucraina, dei genocidi a Gaza, delle esecuzioni di inermi cittadini a Minneapolis? Quali incitamenti arrivano, dal linguaggio politico dell’irrisione, della delegittimazione, dello scontro, delle divisioni?
Sul palcoscenico di Davos il bullo megalomane statunitense Trump, davanti ad una platea di spettatori compiacenti, come un novello Napoleone, si è autoincoronato imperatore nel delirio di un immaginario narghilè.

Ma dall’estasi è venuta fuori la vera natura del criminale paranoico che assolda la feccia della società per uccidere gente inerme, impaurire i deboli, fare violenza sugli infermi e gratifica gli assassini col titolo di patrioti. I suoi valori sono i soldi, gli affari, la ricchezza lucrata dalle guerre, dalle turbolenze internazionali delle borse, dai massacri, dalle macerie.
Dal crudele gioco delle oscillazioni sulle false promesse di aiuti a Kiev strizzando l’occhio a Putin, alle immagini dei resort di Gaza che cancellano il popolo palestinese, fino a quelle del dileggio di Obama e Michelle, emerge il profilo di un bullo disumano, malato di una smisurata depravazione.
Di fronte allo squallore morale, sociale, politico, che allontana la più grande democrazia dalla civiltà, dalla sua storia, dai suoi tradizionali alleati, che la ridicolizza al cospetto delle potenze totalitarie, riemerge nelle piazze statunitensi l’altra America.

Cresce in tutti gli stati democratici un sentimento di repulsione che non è ostilità nei confronti degli USA, ma rigetto di un sistema che ricaccia la storia indietro di millenni, è solidarietà verso quella parte del popolo statunitense che comincia a maturare la convinzione che forse occorre correggere qualche stortura del sistema che lo governa.
Nel caos e nel disordine planetario sollevato da queste nuove destre si delineano quindi due campi contrapposti, quello della barbarie e quello della civiltà e la profondità del baratro di valori, di prospettive, di ideali è tale da non ammettere vie di mezzo o da giustificare ponti. È una distanza incolmabile nella quale l’indulgenza equivale è connivenza. Siamo ad un bivio e la storia interroga le nostre coscienze, sottopone a ciascuno di noi una scelta gravida di responsabilità verso noi stessi e le future generazioni.

E l’Italia da che parte sta?
Serve una scelta radicale che, nel rispetto delle diverse visioni politiche, ma senza infingimenti. dica alla gente qual‘è il campo della destra italiana, se è quello della barbarie o quello della civiltà e delle democrazie europee, nella consapevolezza che la via di mezzo rischia di isolarci dall’una e dall’altra parte.
Serve un segnale di maturità a sinistra, che recuperi autorevolezza e credibilità, in una azione unitaria, convinta e condivisa, con l’obiettivo prioritario di preservare le nostre democrazie dalle minacce dei sistemi totalitari e dalla deriva interna alle democrazie.
Serce un segnale che affermi che lo spazio politico della sinistra è delimitato dalla democrazia e dalla costituzione. Uno spazio largo che abbraccia tutti coloro per i quali la pace, il diritto internazionale, i diritti della persona e la salvaguardia del pianeta non sono valori negoziabili.

Serve una sinistra europea che riempia le piazze del continente per dare voce al popolo e vincere le resistenze dei nostalgici del passato e quella di politicanti da strapazzo gelosi della loro poltrona-
Serve uno sforzo collettivo per ricondurre la politica dentro il suo alveo naturale, che non è quello dello scontro dove l’ha portata Berlusconi, ma quello del confronto di idee e di programmi ai vari livelli europeo, nazionale e locale.
La politica non è una partita di calcio dove si “scende in campo” ai grido di “forza Italia”, dove le tattiche dei marcamenti ad uomo, degli inseguimenti e del catenaccio deprimono la qualità del gioco. Si può anche vincere, ma in stadi sempre più deserti, frequentati solo dalle tifoserie. Ma così a rimetterci sono le democrazie.

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 31 dicembre – Sarà molto difficile, anzi sarà forse impossibile, per la comunità monrealese, archiviare quest’anno come uno dei tanti. Come l’ennesimo che va in soffitta, tra gioie, dolori, rimpianti o speranze.

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