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Quale futuro?

· Giuseppe Leto · L'opinione
fumetto di Giuseppe Leto

Alla tenera età di 88 anni le attese di futuro non sono alte. Tuttavia mi ostino a parlarne, a ribadire testardamente che senza la prospettiva del futuro non c’è politica.

Perché lo faccio? Perché guardo ai miei nipoti e, come dovrebbero fare nonni e genitori, comparo con trepidazione il loro futuro al mio passato.
Dalla generazione che mi ha preceduto ho ereditato le macerie della dittatura; da chi ci consegnava la democrazia e la libertà utopie, sogni, speranze.
La mia infanzia si affacciava su un percorso in salita ed in 80 anni di libertà e di pace di strada se ne era fatta abbastanza.
Dal voto alle donne, ai diritti civili, alla dignità dei lavoratori, alla salvaguardia del posto di lavoro, ai salari, alla previdenza, alla sanità pubblica; non doni generosamente elargiti, ma conquiste, frutto di lotte politiche e sindacali possibili in un sistema democratico, che hanno visto protagonisti, da forza di opposizione, il PCI e come sindacato la CGIL, sarcasticamente additata a cinghia di trasmissione di quel partito.
Un insieme di diritti che aveva fatto dell’Italia una delle democrazie più avanzate in campo sociale, che si apriva a traguardi più avanzati.
Cosa ereditano i miei nipoti da queste forze politiche oggi al potere?

Un percorso in discesa, avaro di utopie, di speranze e di sogni, portatore di un clima pesante di violenze e di scontri, di una tendenza a comprimere i diritti, di una realtà che mortifica la dignità del lavoro, che attenta alla sua sicurezza, alla previdenza, alla sanità. Una strada che piega agli affari la salvaguardia del pianeta. Una forzatura della storia per un ritorno ad un passato di odio tra i popoli, di sopraffazioni di genere, di razza, di culture. Un orizzonte di poteri economico-finanziari che assediano la politica per sottometterla ai loro affari, un futuro di squilibri nella distribuzione della ricchezza prodotta.
Chi irride al PCI saltando nelle piazze offende oggi quella storia e se lo fa il Capo del Governo c’è in pericolo la democrazia. Chi si associa a quei gesti tradisce la storia della destra liberale di Einaudi, Montanelli, Churchill, Merkel, per abbracciare l’estremismo antidemocratico di Trump, Orban, Le Pen, Meloni e di tutte queste nuove destre.

È questa prospettiva di ritorno al passato che mi rende meno attento alle manchevolezze locali dell’amministrazione che, se pure importanti per il presente, non hanno, a mio avviso, la drammaticità degli assedi alle democrazie a sovranità popolare che minaccia il futuro delle nuove generazioni.
Ignorare o sottovalutare questi aspetti è un segnale di miopia politica grave. Chi fa politica deve sforzarsi di vedere oltre il proprio naso, avere ali capaci di sollevarsi almeno di un palmo dalla terra e non sufficienti solo a razzolare nel cortile di casa.
In quest’ottica lego le vicende politiche locali ad un quadro generale che può apparire distante e che invece è dentro di noi, memoei del detto di J.F. Kennedy che piccoli passi fatti da piccoli uomini, in piccole realtà, rivoluzionano il mondo e fedele anche all’attuale visione politica del PD in cui il “parte da noi” di Elly Schlein suona anche richiamo alle responsabilità individuali.

Ed in quest’ottica imputo all’attuale amministrazione la colpa di avere dolosamente dirottato l’esperienza civica a sostegno di queste destre, di avere perpetuato, come è costume di questa forza politica, una cultura clientelare che non è fatta solo di favoritismi, ma anche dell’apparire solitario, del pavoneggiare penne non proprie, come è il caso di tante opere pubbliche giunte a maturazione, o come è il caso dell’imponente quadro di Saverio Terruso che campeggia nell’aula consiliare. Farine che non provengono da quel sacco.
Ed è questa cultura del non rispetto, che nel capo del Governo si materializza nelle macchiette di avanspettacolo della denigrazione, che dopo 80 anni ha reso questa nostra democrazia ancora rachitica ed oggi esposta a rischi.
Ma qui il discorso si allarga alle altre componenti politiche e nell’interesse dei miei nipoti chiedo a loro: qual è la vostra visione di futuro? Verso quali orizzonti intendete canalizzare gli sforzi per scuotere questa Città sonnacchiosa e distante dal torpore e dall’apatica.

La politica non può e non deve ridursi a semplice denuncia. La politica è altro.
Superando quindi la presa in giro dei programmi-elenco accattivanti per soddisfare tutti i palati, quali sono le proposte per riconquistare una identità civica che rischia di scadere al livello di periferia della metropoli?
Come ci si atteggia a rappresentare un Comune medio di circa 40.000 abitanti non pari ad un comune di uguale intensità abitativa, ma sede di beni patrimonio dell’Unesco, esteso quasi tre volte il territorio di Milano, frequentato da flussi turistici di rilievo?
In questa nuova realtà planetaria, che attenta alle democrazie a sovranità popolare, come coinvolgere la scuola in un disegno più incisivo di educazione alla democrazia?

Come sollecitare ed aiutare l’associazionismo ad uscire da una visione di club che si proietta all’interno per assolvere meglio ad una funzione proiettata all’esterno di animazione, di risveglio, di partecipazione, di comunità? Quali gli interventi per riqualificare l’organico comunale nella direzione di essere regia di processi che nascano dal basso? Lo chiedo perché questo ha un nome. Si chiama: DEMOCRAZIA.

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 23 luglio – Il copione si ripete troppo spesso. Le fiamme divorano boschi, campagne e montagne, lasciando dietro di sé cenere, devastazione e una lunga scia di rabbia.

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