di Giuseppe CangemiUna meraviglia del mondo come il duomo di Monreale è per la città una ricchezza che deriva il suo pregio non solo dalla possibilità di essere una risorsa monumentale, ma soprattutto per i valori sia culturali sia spirituali che le sono universalmente riconosciuti e che essa porta dentro di se sin dalla sua edificazione voluta dal re normanno Guglielmo II.
Nata da un sogno, la cattedrale di Monreale ha, infatti, nella sua stessa origine la testimonianza di vita di un uomo, re Guglielmo II, che seppe dare forma al suo “sogno”, fondendo le sue abilità di re con quelle di uomo dalla profonda spiritualità in un perfetto connubio tra mente e cuore sapientemente riuscito nella sua opera volta a costruire un “tesoro” celeste sulla terra.
Se la sola ricerca di una ricchezza terrena perfettamente perseguibile per un re poteva guidarlo nelle sue vicende terrene, egli preferì a questa costruire qualcosa capace di testimoniare in eterno sulla terra altri valori, tra i quali non solo devozione e religiosità, ma soprattutto pietas da re cristianissimo quale era, come ci ricordano le fonti.
Il Paradiso in terra o ancora il più bel duomo al mondo, così molti definiscono la cattedrale di Monreale, e in effetti fare ingresso in essa ci catapulta nel mondo celeste attraverso il suo ricco racconto musivo che culmina nel Pantocratore. Il cardinale Robert Sarah, recentemente a Palermo per la presentazione del suo ultimo libro, entrando nel nostro duomo, ha proprio esclamato: “Qui siamo in Paradiso” o, ancora, Papa Benedetto XVI, definì la nostra cattedrale come la più bella esistente al mondo.
Due sole citazioni, cui se ne potrebbero aggiungere moltissime altre, a testimonianza dell’effetto che ancora oggi a distanza di secoli porta tutti i pellegrini del mondo, che giungono nel nostro duomo, a sentirsi proiettati in Paradiso, facendo ingresso nella nostra cattedrale. Tali autorevoli testimonianze rappresentano come ancora oggi il nostro duomo sia capace di destare i cuori e interrogare le esistenze di quanti vi entrino.
Ricordare re Guglielmo II, come siamo soliti fare ogni anno, dovrebbe quindi interrogarci come monrealesi non solo in questa particolare ricorrenza, ma ogni giorno sul senso di una così grande eredità, che la comunità civile ha ricevuto in dono e non può disattendere. Ieri l’arcivescovo Gualtiero Isacchi nella sua omelia per la ricorrenza ha proprio ribadito questo, ovvero la necessità di guardare al modello di Guglielmo II per testimoniare la nostra fede qui e ora. E seppure fosse un re, Guglielmo II con la sua opera è stato in grado di dimostrare riconoscenza per Dio e la certezza di avere un luogo dove pregare: “ Non c’è niente di cui la nostra mente si rallegri di più di quanto non sia il fatto di costruire una stanza al Re del Cielo e di fondare una Basilica per Colui dalla cui destra abbiamo ricevuto il diadema…” ( Dalla Bolla ''Inter universas laudas'' del 15 agosto del 1176).
Interroghiamoci allora in occasione di questa ricorrenza se siamo davvero eredi di Guglielmo II. Essere eredi del re normanno significa oggi più che mai essere consapevoli di questa consegna di senso esistenziale ricevuta dalla storia. Siamo chiamati a riorientare il nostro sguardo; di fronte a una storia così importante siamo invitati a realizzare le nostre vite guardando ai valori, che l’eredità di Guglielmo II ci lascia in dono a testimonianza che da ogni sogno può nascere qualcosa di grande, ricordando le celebri parole di Papa Francesco: "Non accontentatevi di piccoli sogni, ma sognate in grande. Sogno anch'io, ma non solo mentre dormo, perché i sogni veri si fanno ad occhi aperti e si portano avanti alla luce del sole".
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