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''Se non c’è gioia nella nostra vita, allora non siamo in Cristo''

· Giuseppe Cangemi · Curia

In occasione del quarto anniversario di ordinazione episcopale dell'arcivescovo di Monreale, monsignor Gualtiero Isacchi, l’invito a essere tessitori di comunione

MONREALE, 31 luglio – Presso la chiesa Redemptoris Mater di Cinisi si è tenuta stasera la solenne celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo di Monreale, monsignor Gualtiero Isacchi, in occasione del quarto anniversario della sua ordinazione episcopale e dell’inizio del suo ministero episcopale a Monreale.

Come da tradizione, il vicario generale dell’arcidiocesi, don Ferdinando Toia, dopo aver rivolto l’invito a prendere parte alla solenne celebrazione eucaristica a tutta la comunità diocesana, l’ha aperta, porgendo il suo saluto all’arcivescovo Isacchi. Nel suo intervento d’apertura, il vicario generale ha sottolineato come tale ricorrenza rappresenti per l'intera arcidiocesi un momento di intensa grazia, di comunione fraterna e di profonda gratitudine al Signore per il dono del ministero episcopale di monsignor Isacchi, speso quotidianamente con generosità a favore della Chiesa monrealese e, in particolare, nella sua guida ad un sempre più vivo ascolto della parola di Dio.

Alla solenne celebrazione eucaristica hanno preso parte il clero diocesano e tanti fedeli provenienti dai Comuni dell’arcidiocesi, che hanno voluto manifestare vicinanza e affetto all’arcivescovo in questa particolare ricorrenza. Tra le autorità civili e militari presenti, Vera Abbate, sindaco di Cinisi, ha portato il suo saluto, donando un presente a nome della comunità a ricordo di questo particolare momento di vita ecclesiale.

Monsignor Isacchi ha così esordito nella sua omelia, salutando tutti i presenti: “Carissimi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, consacrati e consacrate, cari seminaristi; fratelli e sorelle tutti vi saluto con il cuore pieno di gratitudine. Indirizzo un deferente saluto alle autorità civili e militari presenti. A tutti, quest’oggi, ripeto con sempre maggiore convinzione: Gaudium Christus est. Faccio mia l’esortazione che il Santo Padre ha rivolto ai giovani slovacchi: “Non abbiate paura di far vedere che siete cristiani...vivete il Vangelo con entusiasmo, e condividete la gioia che nasce dall’aver incontrato il Signore”. Quando quattro anni fa ricevetti il dono dell’ordinazione episcopale nella nostra magnifica Cattedrale, rimasi inevitabilmente rapito dalla luce dei mosaici; ma ciò che entrò prepotentemente nel mio cuore, attraversando i miei sensi, furono i vostri volti, i vostri sorrisi, le vostre mani, le vostre voci, che riconobbi, fin da subito, come attualizzazione storica di quanto proclamato dai mosaici. La storia di questo popolo è storia di salvezza: attraverso il nostro essere Chiesa, Dio compie le sue meraviglie”.

Poi l’invito, citando San Paolo VI, a farsi tessitori di comunione poiché, come ha ricordato l'arcivescovo, è solo nel sincero partecipare di ciascuno che si costruisce la comunione ecclesiale nella quale è possibile fare autentica esperienza di Cristo e della gioia che scaturisce dal “rimanere in Lui” come fratelli e sorelle.

“Carissimi oggi, ancora una volta vi ripeto: Gaudium Christus est - ha affermato il presule. Se non c’è gioia nella nostra vita, allora non siamo in Cristo. Se non siamo in comunione con Dio e tra di noi, ci ritroveremo, inevitabilmente, barricati nelle trincee della fatica, dell’insoddisfazione e del rancore. Spazi esistenziali in cui si vive sempre impegnati a difendere spazi e interessi personali, ad attaccare e screditare ciò che gli altri fanno, tutto per accrescere il nostro futile potere”.

Commentando la liturgia della parola odierna, infine, due sono state le piste di riflessione e di impegno che l’arcivescovo Isacchi ha inteso assumere personalmente e ha proposto a ciascuno dei presenti: l’invito alla vigilanza e il richiamo all’essenziale.

“L’abitudine, la convinzione di conoscere Gesù, la certezza sui misteri della fede - ha concluso monsignor Isacchi - ci fanno ascoltare la Parola di Gesù come un “già detto”, un “già conosciuto”; rendiamoci, piuttosto, disponibili a ciò “che dice oggi a me” e quindi alla novità e al cambiamento che la Parola di Dio è in sé stessa. Essere discepoli di Gesù, infatti, significa rinunciare alla comodità della staticità. La nostra esperienza interiore ci fa sentire forte l’appello della Parola quale invito costante a verificare e convertire la nostra vita, le nostre azioni e le nostre dinamiche ecclesiali. Davanti al Signore risorto e presente nella liturgia, chiedo per la nostra Chiesa più comunione e più ascolto credente, perché possa fare più spazio alla novità del Vangelo”.

· Enzo Ganci · Editoriali

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