L’arcivescovo Gualtiero Isacchi rilegge ''Il vescovo'' del cardinale Martini
L’arcivescovo di Monreale ha riletto il celebre libretto alla luce della sua esperienza di pastore della Chiesa di Monreale nell’ambito del convegno promosso dalla Facoltà Teologica di Sicilia
PALERMO, 16 maggio – Non si può parlare del cardinale Martini senza ricordare il suo stile pastorale, la sua capacità di rimettere al centro del dibattito culturale alcune questioni attraverso cui Martini parlava alla gente, ricordando che la sua eredità non è solo specialismo puro, ma può offrirci ancora oggi strumenti per affrontare criticamente la realtà.
A questo aspetto, in particolare, si è ricollegato nella sua riflessione l’arcivescovo Gualtiero Isacchi, che ha riletto alla luce della sua esperienza di pastore della Chiesa di Monreale il libretto del cardinale ''Il vescovo'', scritto da Martini dopo il ritiro da arcivescovo di Milano. Illustrando il binomio “primato della Parola e ascolto del tempo”, Isacchi ha messo in risalto il ‘metodo Martini’: egli, infatti, non volle parlare “dall’alto”, ma interpretare le Scritture per leggere i “segni dei tempi”, dialogando con la cultura laica e le inquietudini della città moderna.
Proprio da questa immagine e dalla memoria personale ha preso inizio la riflessione di monsignor Isacchi, che ha ricordato il suo primo incontro all’età di dieci anni con il cardinale Martini in visita all’oratorio di Seregno, riflettendo sulla capacità del cardinale in quella occasione di mettersi in gioco e in dialogo con i più giovani, dando forma con la vita alle parole che pronunciava. Ed è al rapporto con la Parola di Dio riletta dal cardinale, che l’arcivescovo lega il suo secondo incontro con Martini in occasione degli esercizi spirituali che egli tenne negli anni in cui monsignor Isacchi frequentava il seminario. L’ultimo ricordo è, invece, legato al rapporto con le parole umane, quando nel 2002 Martini si recò ad Ariccia dove monsignor Isacchi collaborava alle attività di una scuola di pace e Martini si mise subito a disposizione per l’ascolto dei giovani e per possibili incontri formativi. “Questo - ha affermato monsignor Isacchi - è il primo monito che può ancora venirci oggi dal cardinale Martini: cogliere il significato delle parole degli uomini a partire dalla Parola di Dio, tornare a prenderci cura delle parole”.
Ma cosa può dire ancora oggi a un giovane vescovo l’insegnamento del cardinale Martini? Questo l’interrogativo che ha fatto da sfondo integratore alla seconda fase dell’intervento di monsignor Isacchi, che ha così ripreso chiara e nitida l’idea dell’essere vescovo secondo Martini con un’immagine eloquente. È il vescovo secondo il Vaticano II e vi trapela l’esperienza milanese del grande biblista. “Egli parla del vescovo - ha continuato monsignor Isacchi - per «tirarlo giù dalla nicchia e vederlo a contatto con la gente […], con un’immagine meno vaporosa e ieratica, più viva e senza false pretese”. Per Martini lo spazio in cui si gioca il ministero episcopale è la relazione con tutto ciò che lo circonda. Essere vescovo significa prima di tutto esserlo per la propria umanità. Lo scarto tra ciò che un vescovo deve essere e ciò che egli è viene così riempito dalla capacità del suo camminare umano.
Infine, monsignor Isacchi ha tracciato i cinque punti ideali che costituiscono l’eredità del libretto di Martini ai vescovi di oggi. La prima pennellata può essere colta nel primato della Parola e dell’ascolto del tempo, ogni lectio divina va sempre applicata alla realtà sociale. Il vescovo interpreta le Scritture per ricomprendervi la realtà e le Scritture stesse; la seconda immagine lasciata in eredità da Martini è quella del governo del vescovo come esercizio di un’autorità che per il vescovo non è solitudine, da qui l’importanza degli organismi di partecipazione, di suscitare carismi; la terza immagine è quella della cura dei presbiteri, l’idea di un vescovo padre e fratello, il vescovo come “custode della serenità dei suoi preti”, che li sostiene e incoraggia; la quarta immagine è quella del vescovo nella città degli uomini, capace di parlare, citando il terzo capitolo del libretto di Martini, con i non credenti, i poveri, i malati, i carcerati, gli stranieri. Poi l’ampia rosa delle relazioni ecclesiali: i fedeli, i collaboratori, i preti e diaconi, i teologi, il seminario, i religiosi, il mondo missionario. Per terminare con le istituzioni, gli ebrei e il mondo dei media; l’ultimo punto dell’eredità martiniana per il vescovo Isacchi è quello della missione, che va coltivata con la preghiera e l’unione con Dio.
“Sintetizzando questa eredità si può dire che Martini ci propone oggi una chiesa che non teme le domande, che abita le soglie e punta sulla forza mite del Vangelo. Egli non ci consegna un modello da imitare o un programma da attuare, ma un atteggiamento dell’anima da assumere, per ascoltare e riconoscere nelle ferite del mondo ciò che Dio ancora oggi ci dice. Non guardiamo alle strutture, ma alla credibilità evangelica, anche nella fragilità, senza sottrarci alle domande. Dal confronto con le parole di Martini - ha concluso monsignor Isacchi - eredito l’immagine di un vescovo che non pretende di avere tutte le risposte, ma sa che il Vangelo può ancora illuminare la notte degli uomini. La sua eredità più grande è l’invito alla conversione, restando in modo saldo uomini della Parola”.
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