Ieri sera per il quinto passo di novena la concelebrazione eucaristica con l'arcivescovo di Monreale, monsignor Gualtiero Isacchi, e il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Angelo Giurdanella
MONREALE, 29 aprile – Ieri sera all’interno del santuario del Santissimo Salvatore Crocifisso alla Collegiata si è svolta la quinta celebrazione eucaristica del solenne novenario per il 400esimo anniversario del Santissimo Crocifisso di Monreale.
A presiedere la solenne concelebrazione eucaristica è stato il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Angelo Giurdanella, con monsignor Isacchi, arcivescovo di Monreale. Con loro anche don Nicola Gaglio e don Luca Leone, rispettivamente parroco e viceparroco della parrocchia Santa Maria Nuova - Santuario del Santissimo Crocifisso alla Collegiata, e don Francesco Di Maggio, rettore del Seminario arcivescovile.
L’arcivescovo Gualtiero Isacchi, rivolgendosi a monsignor Giurdanella, lo ha ringraziato per aver accettato il suo invito: “Ringrazio monsignor Giurdanella, vescovo di Mazara del Vallo per essere qui- ha affermato monsignor Isacchi. Grazie don Angelo per accompagnarci in questo cammino che ci sta portando a seguire il Crocifisso con un animo rinnovato. Monreale è devota al Crocifisso e si sta mettendo, grazie ai pastori che si sono succeduti, in ascolto del Crocifisso, per comprendere come oggi possiamo essere segni di questo suo amore, di questa croce che dice i suoi dolori, ma anche l’amore di Dio, che è la salvezza per noi. Ti ringraziamo per la tua presenza che è segno di quella fraternità e amicizia che ci unisce ed è anche segno di condivisione”.
Monsignor Giurdanella ha iniziato la sua omelia, rilanciando la forza attrattiva del Crocifisso, che da sempre attira lo sguardo di chiunque gli rivolga lo sguardo: “Ci raduniamo qui - ha affermato il presule- intorno al Crocifisso nella bella Monreale e lo chiamiamo con il nome più tenero che esista, ovvero ‘Patruzzu amurusu’, il padre amoroso, che non smette di guardarci con misericordia e di accompagnare la vita dei discepoli di ieri e di oggi. Ci raduniamo non davanti a un segno di sconfitta, ma come davanti a una sorgente viva, un fuoco acceso nel cuore del mondo. La croce non è il luogo della fine, ma l’inizio di una storia nuova. È il punto fino a cui Dio ha deciso di abitare la nostra carne, le nostre ferite, le nostre notti”.
“Negli Atti degli Apostoli l’evangelista Luca narra di una Chiesa in cammino, dispersa tra la gente, ferita, perché sperimenta la persecuzione, ma viva- ha continuato monsignor Giurdanella. Uomini e donne, che pur attraversati dalla prova non smettono di annunciare che Gesù è il Signore. Per la prima volta ad Antiochia i discepoli vengono chiamati cristiani, ovvero di Cristo, appartengono a Cristo non perché perfetti, ma perché gente che vive come Cristo, che parla come lui, che vive come lui e ama come lui. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio, siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama”.
“La Croce è innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia d’acqua che penetra la terra. Scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui lo stile del tacere e del contemplare il Crocifisso, di cui non ci stanchiamo mai, perché probabilmente in questo sguardo c’è qualcosa che ci appartiene. Nella Croce c’è la suprema forza di attrazione di Dio, è il racconto più puro della storia di Dio, un Dio che non toglie il dolore con un gesto magico, ma lo attraversa con noi. Dio non scende dalla Croce per salvare se stesso, ma resta per salvare noi. Dio ama per eccesso e la Croce è questo eccesso, un amore che trabocca, che supera ogni misura anche di fronte al tradimento e alla paura. Il Crocifisso porta l’immagine vera dell’uomo: vero uomo non è chi accumula denaro o potere, maneggia le armi e spezza le vite, non chi schernisce o deride, vero uomo è il Signore, capace del dono supremo. Allora anche noi oggi innalziamo il nostro grido, semplice e potente, pieno di fede. La Croce è punto di congiunzione tra il cielo e la terra, Dio è in croce solo per essere con me e come me perché io possa essere con lui e come lui. La Croce, allora, cambia volto, non solo più un peso da portare, ma luogo dove Dio ci raggiunge. Non solo segno di dolore, ma grembo di vita nuova. Proprio oggi - ha concluso il presule - abbiamo bisogno di discepoli che profumino il mondo di Vangelo, non discorsi, ma gesti che raccontano la stessa logica del Crocifisso. Dare, donarsi, amare sono tutti verbi benedetti, perché ce ne sono di maledetti, ovvero comandare, innalzarsi. Alla fine ciò che salva il mondo non è la forza, ma l’amore; non il potere, ma la consegna; non la vittoria sugli altri, ma la fedeltà fino in fondo. Oggi davanti al nostro “Patruzzu amurusu” lasciamoci amare e portiamo via con noi una certezza, che ci scalda il cuore, Dio non ci ha mai abbandonati. Nel nostro calvario lui è lì inchiodato alla nostra stessa croce per dirci che non siamo soli e ci ama di amore eterno. Il Signore ha scritto il nostro nome sulla croce come su un documento di amore eterno. Il Crocifisso ci aiuta a leggere nel suo amore l’amore del padre. Spesso ci siamo attardati sulla croce solo come dolore, ma piuttosto la volontà di Dio è quella di cui Gesù stesso ci testimonia, perché nessuno può strapparci dalla sua mano”.
In chiusura, come ogni sera, monsignor Isacchi ha condiviso uno spunto tra i tanti che la parola di monsignor Giurdanella ha suggerito: “Carissimo fratello vescovo Angelo, grazie della tua parola- ha concluso monsignor Isacchi. Sono tanti gli spunti che anche tu ci hai consegnato, ma anche in questo caso vorrei condividerne uno che ci faccia camminare all’unisono: chiediamo il dono di questo sguardo contemplativo, che ci aiuti a cogliere nel Crocifisso un amore grande per noi al quale dobbiamo rispondere: “Signore nelle tue mani consegno il mio spirito”, cioè tutta la nostra vita. Allora saremo il sale e la luce della terra, quei cristiani autentici discepoli di Cristo. Grazie ancora, caro fratello vescovo!”.
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