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Noi "nuovi Guglielmo'': dal sogno all' impegno

· Maria Sapienza* · Cultura

Riceviamo e pubblichiamo...

Monreale, 7 Settembre 2026: una data da ricordare. L’anteprima del documentario "Il grande sogno. Monreale e il suo tesoro", voluto dall’Arcidiocesi per celebrare la genesi del Duomo e condotta dal professore Giuseppe Cangemi, ha regalato ai presenti una rara forma di vertigine metafisica. 

Mentre le immagini digitali accarezzavano la geometria delle capriate lignee, i volti severi e dolcissimi raffigurati sulle pareti musive e la pietra ricamata dei capitelli del Chiostro, una consapevolezza silenziosa si faceva strada nella grande navata; eravamo seduti dentro il miracolo.
L’opera d’arte celebrava se stessa; lo schermo proiettava una magnifica copia di quella Bellezza originaria di cui le nostre pupille potevano abbeverarsi dal vivo, semplicemente alzando lo sguardo verso il Cristo Pantocratore e la narrazione della Parola.
​L’incipit della visione ha il sapore della fiaba e la potenza del mito fondativo. Così il regista muove la Storia. La macchina da presa ci restituisce un Guglielmo dai fieri tratti normanni: la barba dorata, gli occhi di un azzurro penetrante e un sonno che cambierà per sempre il volto di questa collina. È il celebre sogno in cui la Vergine Maria gli svela il nascondiglio di un tesoro inestimabile (la leggendaria truvatura), chiedendogli di usarlo per innalzare un tempio in suo onore. Davanti a questa scena, il pensiero si ferma e compie un salto escatologico, se un monarca del XII secolo, attingendo a quelle monete, è riuscito a plasmare una dimora terrena di tale, inarrivabile splendore, quale inaudita e accecante Bellezza deve aver assunto la Madonna in quell’apparizione per ispirare un’opera simile?
​Ma il documentario, prezioso per la regia e per il peso specifico degli interventi di studiosi, teologi ed esperti d'arte del calibro di Intorre, Lomonte, Di Natale e don Gaglio, non si limita a essere un raffinato tributo alla memoria. Diventa materia sublime, carne viva, un pungolo per l’oggi. Perché se ognuno di noi imparasse ad abitare fino in fondo il proprio "sogno", facendone la spinta propulsiva per edificare la bellezza nel mondo, non diventeremmo forse tutti dei ''nuovi Guglielmo''?
​È esattamente questa la provocazione, ardita e necessaria, lanciata dall’arcivescovo Gualtiero Isacchi a conclusione della serata. Lungi dall'essere un passivo contenitore di turisti, la Cattedrale è un cantiere perenne dell'anima. L'invito del Vescovo è stato uno sprone ad abbandonare la contemplazione inerte: dinanzi al sogno realizzato, bisogna "mettere le mani in pasta". La Bellezza del Duomo è tale da travalicare il tempo, capace di estasiare il cuore di un fedele anche la millesima volta che i suoi occhi ne incrociano l'oro; ma senza l'etica dell'impegno, senza la volontà di operare e costruire come fece il Re, l'estetica rischia di rimanere sterile.
​A suggellare questa tensione verso l'infinito, l'oro delle pareti ha incontrato quello del genio umano. Il giovane polistrumentista Stefano Mhanna ha incantato la platea con un’esibizione che ha del prodigioso. Le sue dita, danzando con virtuosismo tra l'archetto del violino e i tasti dell'organo su musiche di Bach e Paganini, hanno intessuto geometrie sonore che sembravano scaturire direttamente dai mosaici, ricordando la musica che forse il re Buono amava.
​C'è una lezione profonda che questa sera monrealese ci consegna prima di tornare a casa. I bambini nascono con la vocazione naturale a svelare i sogni; sanno, con naturalezza, costruire con la materia della loro stessa vita la gioia che gli alberga nel cuore. Il vero, grande compito spetta a noi adulti: imparare a non annerire mai quel sogno. Difenderlo dalle brutture del mondo e dal cinismo, mantenendo lo sguardo fisso su quel Sole di Giustizia che, da otto secoli, illumina Monreale e che è faro per i naviganti della vita.

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 23 luglio – Il copione si ripete troppo spesso. Le fiamme divorano boschi, campagne e montagne, lasciando dietro di sé cenere, devastazione e una lunga scia di rabbia.

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